Oltre la Cronaca: I Fatti Essenziali per Capire Davvero il Conflitto Israelo-Palestinese

Il dibattito sul conflitto israelo-palestinese è spesso polarizzato, ridotto a tifoserie che impediscono una comprensione profonda della realtà. Per orientarsi, è necessario fare un passo indietro rispetto alla cronaca quotidiana e analizzare alcuni aspetti storici, legali e politici fondamentali, ma spesso trascurati o distorti. Questo articolo si propone di esplorare sei punti chiave, basati su documenti e analisi storiche, per offrire una prospettiva più chiara e stimolare una riflessione informata.

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1. Il mito di “una terra senza popolo”

Una delle narrazioni fondanti del sionismo è l’idea che la Palestina fosse un territorio quasi disabitato prima dell’immigrazione ebraica di inizio Novecento, riassunta nello slogan “un popolo senza terra che è andato ad abitare una terra senza popolo”. Tuttavia, i dati storici smentiscono categoricamente questa visione. Secondo i registri dell’Impero Ottomano, all’inizio del XX secolo la Palestina era abitata da circa 800.000 persone: oltre 700.000 erano arabi-musulmani, circa 80.000 cristiani e non più di 20.000 ebrei.

Contrariamente all’immagine di una popolazione nomade e disorganizzata (“beduini arretrati”), la Palestina di fine Ottocento era già una realtà urbanizzata, con una propria economia e istituzioni consolidate. Questa realtà demografica, dunque, smonta la tesi di una terra vergine in attesa di un popolo e ricontestualizza la nascita di Israele non come la colonizzazione di un vuoto, ma come l’innesto di un progetto nazionale all’interno di una società preesistente, con inevitabili conseguenze sul piano politico e territoriale.

2. Le origini del Sionismo non puntavano solo alla Palestina

Il sionismo è un movimento politico-culturale ebraico nato alla fine del XIX secolo con l’obiettivo di creare una nazione ebraica. Un fatto spesso poco noto è che, inizialmente, la Palestina non era l’unica opzione considerata. Furono proposte anche altre aree del mondo, come gli Stati Uniti, l’Argentina e persino l’Amazzonia, come possibili sedi per la nuova nazione.

Inoltre, è fondamentale comprendere che non tutti gli ebrei sono sionisti. Sin dalle origini, importanti correnti dell’ebraismo ortodosso, come alcuni gruppi askenaziti, si opposero all’idea per motivi religiosi, sostenendo che la Terra Promessa sarebbe stata riconquistata solo con il ritorno del Messia. Ancora oggi, esistono gruppi ebraici attivamente anti-sionisti, come “Jewish Voice for Peace”. Questo ci ricorda l’importanza di non sovrapporre i concetti di “ebreo” e “sionista”, che non sono affatto sinonimi.

3. Il piano di spartizione dell’ONU del 1947 era diseguale

La Risoluzione 181 delle Nazioni Unite, approvata nel 1947, proponeva di dividere il territorio palestinese in due Stati, uno ebraico e uno arabo, con la città di Gerusalemme designata come entità neutrale da governare sotto l’egida dell’ONU. Un’analisi del piano rivela però una sproporzione evidente. Allo stato ebraico fu assegnato il 56% del territorio, incluse le zone economicamente più sviluppate, fertili e con i principali accessi al mare, nonostante la popolazione ebraica rappresentasse all’epoca solo il 33% del totale.

Allo stato arabo fu destinata la parte restante, prevalentemente desertica, arida e rocciosa. Di fronte a questa suddivisione, solo la leadership ebraica accettò il piano, proclamando la nascita dello Stato di Israele il 14 maggio 1948. Gli arabi lo rifiutarono. Questa diseguale suddivisione territoriale è stata una delle cause scatenanti del primo conflitto arabo-israeliano e del successivo, duraturo rifiuto arabo.

4. La lotta armata palestinese è considerata legittima dal diritto internazionale

Un aspetto legale raramente discusso è la legittimità della resistenza palestinese. La risoluzione 37/43 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, adottata nel 1982, afferma esplicitamente la legittimità della lotta dei popoli per l’indipendenza e la liberazione dall’occupazione straniera. La risoluzione menziona specificamente “il diritto inalienabile […] del popolo palestinese”.

Tale legittimazione, tuttavia, non è assoluta. Il diritto internazionale la subordina a un vincolo ineludibile: il pieno rispetto del diritto internazionale umanitario, che vieta categoricamente gli attacchi deliberati contro la popolazione civile e impone la distinzione tra combattenti e non combattenti. La risoluzione chiarisce che la lotta è legittima:

“…la legittimità della lotta dei popoli per la loro indipendenza, integrità territoriale, unità nazionale e liberazione dalla dominazione coloniale, dall’apartheid e dall’occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata”.

5. Parlare di “apartheid” non è solo uno slogan

Il termine “apartheid” non è solo un’etichetta politica, ma un concetto giuridico preciso. Secondo un trattato ONU del 1973, l’apartheid è un crimine contro l’umanità che consiste in atti volti a stabilire e mantenere il dominio di un gruppo razziale su un altro, opprimendolo sistematicamente. Importanti organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, sostengono che Israele stia commettendo questo crimine, privilegiando i cittadini ebrei e discriminando i palestinesi attraverso espropriazioni, confinamento e sottomissione.

Questa valutazione è condivisa anche da figure istituzionali. Francesca Albanese, Relatrice speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, ha affermato senza mezzi termini:

«L’occupazione si è trasformata in apartheid».

Il peso di questa accusa, proveniente da organismi internazionali e non da gruppi militanti, sposta il dibattito da una semplice questione di sicurezza a una, ben più grave, di diritti umani fondamentali e di crimini contro l’umanità.

6. Criticare Israele non significa essere antisemiti

Per navigare il dibattito è cruciale operare una netta distinzione concettuale. L’antisemitismo è un pregiudizio di natura razziale: “il pregiudizio, la paura o l’odio verso i giudei, cioè gli ebrei”. L’antisionismo, invece, è una posizione politica che si oppone all’ideologia del sionismo, ovvero all’idea di uno stato a base etnico-religiosa ebraica. Infine, la critica alle politiche israeliane non mette in discussione il diritto all’esistenza di Israele, ma ne contesta azioni specifiche, come l’occupazione militare dei territori. Confondere quest’ultima con l’antisemitismo è un’operazione puramente retorico-propagandistica e smentita dai fatti, come dimostra l’esistenza di numerosi pensatori e attivisti ebrei che sono antisionisti o fortemente critici verso le politiche di Israele.

Conclusione: Una Complessità da Affrontare

Comprendere il conflitto israelo-palestinese richiede di abbandonare le narrazioni semplicistiche e di confrontarsi con fatti storici, legali e demografici spesso controintuitivi. Analizzare questi elementi non significa “prendere una parte”, ma dotarsi degli strumenti necessari per formulare un giudizio più consapevole e completo. Di fronte a questa complessa realtà, quale delle tre vie possibili – due stati, uno stato unico multinazionale e laico, o la distruzione di uno dei due contendenti – può realmente portare a una pace giusta e duratura?

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CENNI STORICI

Indice

  1. Introduzione
  2. Origini Storiche: Sionismo e Demografia della Palestina
  3. La Nascita di Israele e la Non Creazione dello Stato di Palestina
  4. Le Guerre e l’Occupazione dei Territori
  5. Organizzazioni Palestinesi: OLP e Hamas
  6. Tentativi di Pace e il Riaccendersi del Conflitto
  7. Questioni Legali e Umane: Lotta Armata, Apartheid, Gaza
  8. La Narrativa Israeliana e la Critica (Antisemitismo vs Antisionismo)
  9. Il Ruolo dell’Occidente e della Comunità Internazionale
  10. Il Futuro del Conflitto
  11. Punti Chiave da Ricordare

1. Introduzione

Questo documento fornisce una panoramica dettagliata delle principali tematiche, fatti storici e questioni legali relative al conflitto israelo-palestinese, basandosi sulle informazioni contenute nei “Palestina Papers”. L’obiettivo è presentare un quadro equilibrato e fattuale per comprendere le complessità di una delle contese geopolitiche più durature.

2. Origini Storiche: Sionismo e Demografia della Palestina

  • Il Sionismo: Movimento politico e culturale ebraico sorto alla fine del XIX secolo, mirante alla creazione di una nazione ebraica. Sebbene inizialmente si considerassero diverse località, “la creazione di una nazione ebraica in Palestina venne teorizzata dal pensatore Theodor Herzl e presentata al Congresso sionista mondiale di Basilea nel 1897.” È fondamentale notare che “non tutti gli ebrei sono sionisti e alcune correnti ortodosse dell’ebraismo… si opposero fin dall’inizio all’idea di creare una nazione ebraica.”
  • Demografia Storica della Palestina: Contrariamente all’affermazione sionista di una “terra senza popolo”, all’inizio del ‘900 la Palestina era densamente abitata. “Secondo i dati dell’Impero Ottomano ad inizio ‘900 la Palestina era abitata da circa 800 mila persone: oltre 700 mila arabi-musulmani, circa 80 mila cristiani e non più di 20 mila ebrei.” La regione era una “realtà urbanizzata, con una propria economia e alcune proprie istituzioni.”

3. La Nascita di Israele e la Non Creazione dello Stato di Palestina

  • Mandato Britannico e Dichiarazione Balfour: Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Società delle Nazioni affidò il territorio palestinese al Governo britannico, che “appoggia l’idea di creare una “patria nazionale per il popolo ebraico” su parte dell’area abitata dagli arabi (dichiarazione di Balfour, 1917), scatenando l’ira delle comunità residenti.”
  • Immigrazione Ebraica e Gruppi Radicali: L’immigrazione ebraica crebbe massicciamente, e “gruppi sionisti radicali fondano formazioni terroristiche (come la Banda Stern) per allontanare gli arabi e attaccare le truppe britanniche.”
  • Risoluzione ONU 181 e la Spartizione: Il 29 novembre 1947, le Nazioni Unite votarono la spartizione della Palestina in due Stati: uno ebraico (Israele) e uno arabo. Alla parte ebraica venne assegnato “il 56% del territorio a disposizione (anche se all’epoca gli ebrei rappresentavano circa il 33% della popolazione residente),” includendo le zone più sviluppate e fertili. “Alla fine solo gli ebrei accettano la suddivisione e il 14 maggio 1948 proclamano la nascita del proprio Stato. Gli arabi invece rifiutano l’accordo e la Palestina non nasce.”

4. Le Guerre e l’Occupazione dei Territori

  • Guerra del 1948 e la Nakba: Subito dopo la dichiarazione d’indipendenza di Israele, scoppiò la prima guerra con i Paesi arabi circostanti. Israele, supportato militarmente dagli Stati Uniti e da alcuni Paesi del blocco sovietico, “occupa parti di territorio assegnati dall’ONU alla Palestina (arrivando nel 1949 a controllare il 78% dell’area totale).” Questo evento è conosciuto dai palestinesi come la “Nakba” (catastrofe), un “esodo che ha visto 750mila palestinesi (stima ONU) costretti a lasciare le proprie case dopo la sconfitta araba del 1949.” Il diritto al ritorno, sancito dalla risoluzione ONU n.194, “non è mai stato applicato da Israele.”
  • Guerra dei Sei Giorni (1967): Tra il 5 e il 10 giugno 1967, Israele sferrò un attacco “preventivo” occupando “Gerusalemme Est, Cisgiordania, Gaza, parte del Sinai, e le alture del Golan, delimitando un territorio conosciuto come “i confini del 1967”.” Nonostante le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU abbiano ordinato a Israele di “lasciare il territorio occupato nel 1967,” questo ordine “Israele continua a disattendere.”
  • Costruzione delle Colonie: Sulle terre palestinesi occupate, Israele ha costruito “colonie, ovvero insediamenti di popolazione ebraica.” Queste sono considerate “una violazione del diritto internazionale” dalla Quarta Convenzione di Ginevra e illegali dalla risoluzione n.446 del Consiglio di sicurezza ONU del 1979. Nonostante ciò, la popolazione di coloni in Cisgiordania è aumentata significativamente, passando “dal 2012 al 2022, da 520.000 a più di 700.000 individui, che vivono in 279 insediamenti illegali.”

5. Organizzazioni Palestinesi: OLP e Hamas

  • Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP): Nata nel 1964, l’OLP si propose la “liberazione della Palestina attraverso l’uso della lotta armata.” L’ONU “nell’ottobre 1974 riconosce l’OLP – guidato dal carismatico leader Yasser Arafat – come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese.”
  • La Nascita di Hamas: Durante la prima Intifada (1987), nasce Hamas (Harakat al-Muqawama al-Islamiya), un “movimento militante con una forte impronta religiosa.” Dopo aver vinto le elezioni legislative palestinesi del 2006, seguì uno scontro tra Al Fatah (maggioritario in Cisgiordania) e Hamas (maggioritario nella Striscia di Gaza), risultando in “un governo palestinese di fatto diviso in due.” “Secondo il proprio statuto, l’obiettivo di Hamas è la creazione di uno stato palestinese indipendente, e la distruzione di Israele.” Alcuni Paesi (come USA e Unione Europea) la considerano un’organizzazione terroristica.

6. Tentativi di Pace e il Riaccendersi del Conflitto

  • La Prima Intifada: Dal 1987 al 1993, la popolazione palestinese insorse contro l’occupazione e la repressione israeliana. La “rivolta” vide “scioperi generali, azioni di boicottaggio e guerriglia attuata principalmente con il lancio di pietre.” Terminò con “l’uccisione di 160 israeliani e più di 2mila palestinesi,” ma costrinse Israele “a sedersi al tavolo delle trattative.”
  • Accordi di Oslo (1993): Questi accordi, mediati dagli Stati Uniti, videro “per la prima volta Israele e Palestina riconoscere reciprocamente il diritto a esistere e firmare un piano per arrivare alla soluzione dei due Stati.” Tuttavia, questioni sostanziali come il controllo di Gerusalemme rimasero irrisolte, e gli accordi furono “fortemente boicottati dai gruppi radicali presenti in entrambe le parti,” culminando nell’assassinio del Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin nel 1995.
  • Il Riaccendersi del Conflitto: Il fallimento degli accordi di Oslo portò a nuovi scontri, inclusa una seconda Intifada nel 2000. Il “7 ottobre del 2023 Hamas avvia un attacco senza precedenti nel sud di Israele,” lanciando migliaia di razzi e compiendo incursioni via terra. Israele ha risposto con “un’offensiva militare che ha già causato oltre diecimila vittime, compresi 3.500 bambini in sole tre settimane.”

7. Questioni Legali e Umane: Lotta Armata, Apartheid, Gaza

  • La Lotta Armata Palestinese: La Risoluzione 37/43 del 1982 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite “afferma “la legittimità della lotta dei popoli per la loro indipendenza… compresa la lotta armata”,” specificando il “diritto inalienabile del popolo namibiano, del popolo palestinese e di tutti i popoli sotto la dominazione straniera e coloniale all’autodeterminazione.” Questo diritto è valido a patto che “rispettino il diritto internazionale umanitario.”
  • Riconoscimento dello Stato di Palestina: “A reputarla uno Stato indipendente… sono ad ogni modo ben 139 Stati (dati aprile 2022).” Nonostante l’Italia non lo riconosca, la Palestina “è stata comunque riconosciuta essere uno Stato ai fini dell’esercizio della giurisdizione della Corte penale internazionale.”
  • Gaza, una “Prigione a Cielo Aperto”: Human Rights Watch ha definito Gaza, abitata da 2,2 milioni di palestinesi, una “prigione a cielo aperto,” sottoposta a un “blocco militare totale da parte di Israele dall’ormai lontano 2007.” Il blocco è “ermetico, per via terrestre, marittima e aerea,” impedendo ai palestinesi di uscire o commerciare.
  • Accusa di “Apartheid”: L’ONU nel 1973 ha definito l’apartheid come “crimine contro l’umanità.” Human Rights Watch sostiene che Israele “privilegia i propri cittadini e discrimina i palestinesi espropriandoli, confinandoli, separandoli con la forza e sottomettendoli in virtù della loro identità,” con l’obiettivo dichiarato di mantenere il controllo totale. Francesca Albanese, Relatrice speciale sui diritti umani nei territori palestinesi, ha confermato: “L’occupazione si è trasformata in apartheid.”
  • Tutele Legali per Ospedali: L’articolo 18 della Prima Convenzione di Ginevra stabilisce che personale sanitario e ospedali “non possono in nessun caso essere oggetto di attacco o interferenze” e devono essere protetti.
  • Perseguibilità dei Crimini dalla Corte Penale Internazionale: La Corte penale internazionale ha già aperto “un’indagine su presunti crimini gravi commessi in Palestina dal giugno 2014,” avendo giurisdizione su crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

8. La Narrativa Israeliana e la Critica (Antisemitismo vs Antisionismo)

  • Israele: “L’unica Democrazia del Medioriente”? Formalmente, Israele è una democrazia. Tuttavia, “i cittadini palestinesi non godono dei medesimi diritti e che detiene nelle sue carceri centinaia di detenuti politici palestinesi in regime di “detenzione amministrativa”.” Dal 1967, “almeno un milione di palestinesi sono passati dalle galere israeliane.” Il governo israeliano ha anche mostrato “atteggiamenti anti-democratici… ad esempio con la nascita della “Guardia nazionale per Israele”” e la riforma della Giustizia.
  • Antisemitismo vs Antisionismo: È cruciale distinguere tra “antisemitismo” (pregiudizio, paura o odio verso gli ebrei) e “antisionismo” (rifiuto dell’idea di uno stato ebraico). Esistono “numerosi pensatori ebraici che sono antisionisti.” La maggior parte di coloro che criticano le politiche israeliane “non contestano il diritto ad esistere dello stato di Israele, ma chiedono semplicemente che questo non si estenda oltre i confini ratificati dall’ONU e consenta allo stato di Palestina di nascere.” L’equiparazione tra critica alle azioni del governo israeliano e antisemitismo è considerata “puramente retorico-propagandistica e non basata sui fatti.”

9. Il Ruolo dell’Occidente e della Comunità Internazionale

  • Responsabilità dell’Occidente: La “Dichiarazione Balfour (1917) provoca infatti un significativo sconvolgimento nella vita dei palestinesi” dando il benestare alla creazione di una patria ebraica senza considerare gli abitanti preesistenti. Inoltre, “il piano di spartizione ideato dall’ONU, che ha concretamente favorito il progetto sionista,” è un’altra responsabilità.
  • Posizione dell’Italia e degli Stati Internazionali: L’UE e il mondo sono divisi. L’Italia ha cambiato posizione nel tempo: se negli anni ’70 e ’80 i governi supportavano la causa palestinese (Aldo Moro, Bettino Craxi), “la posizione italiana è considerevolmente cambiata a partire dagli anni 2000, spostandosi in una sempre più stretta adesione alle ragioni israeliane.”

10. Il Futuro del Conflitto

Si delineano tre scenari possibili per la fine del conflitto:

  1. “Due popoli, due Stati”: La creazione di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano, all’interno di confini stabiliti da accordi di pace. Questa è l’opzione “difesa dal diritto internazionale, dalle risoluzioni ONU ed anche (almeno a parole) dai Paesi Occidentali.”
  2. Uno Stato Multinazionale e Laico: La nascita di “un unico stato multinazionale e laico con pari diritti per tutti i suoi abitanti, arabi ed ebrei.” Questa è una soluzione minoritaria, ma teorizzata da pensatori di entrambe le parti.
  3. Distruzione di uno dei Contendenti: “Una soluzione di guerra teorizzata da Hamas (che nel proprio Statuto propugna la distruzione di Israele) e messa concretamente in pratica da Israele, che da ormai 75 anni continua a conquistare parti di territorio palestinese e cerca di espellere i suoi abitanti.”

11. Punti Chiave da Ricordare

  • Il Sionismo mirava alla creazione di una nazione ebraica, non necessariamente in Palestina per tutti i suoi sostenitori iniziali.
  • La Palestina all’inizio del ‘900 era una terra popolata e organizzata, non “una terra senza popolo.”
  • La creazione di Israele nel 1948 ha comportato la “Nakba” e la mancata creazione dello Stato di Palestina.
  • Le guerre del 1948 e 1967 hanno portato all’occupazione di territori palestinesi e alla costruzione di colonie considerate illegali dal diritto internazionale.
  • OLP e Hamas sono le principali organizzazioni palestinesi, con obiettivi e metodi diversi.
  • Gli Accordi di Oslo, un tentativo di pace basato sulla soluzione dei due Stati, sono falliti, riaccendendo il conflitto.
  • La lotta armata palestinese è riconosciuta legittima dal diritto internazionale, a patto di rispettare il diritto umanitario.
  • Gaza è definita una “prigione a cielo aperto” a causa del blocco israeliano.
  • Le politiche israeliane nei territori occupati sono state definite “apartheid” da Human Rights Watch e dalla Relatrice Speciale ONU.
  • Criticare il governo israeliano non è equivalente ad antisemitismo; l’antisionismo è una posizione politica distinta.
  • L’Occidente ha avuto un ruolo significativo nella genesi del conflitto attraverso la Dichiarazione Balfour e il piano di spartizione ONU.
  • La Corte penale internazionale sta indagando su presunti crimini commessi in Palestina.
  • Nonostante l’immagine di “unica democrazia,” Israele è criticato per la discriminazione dei cittadini palestinesi e le pratiche di detenzione amministrativa.
  • La soluzione dei “due popoli, due Stati” è l’opzione più sostenuta a livello internazionale, ma permangono altre visioni, inclusa la distruzione di uno dei contendenti.

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