Il Caso dei raggi X negli anni ’60
I medici le dissero che la luce nelle sue ossa era “energia sana”.
Quando non riuscì più a camminare, il suo osso mascellare si stava sgretolando tra le sue mani.
La fotografia del 1963 mostra una donna ben vestita sdraiata su una poltrona medica, con due dottori in impeccabili camici bianchi che la osservano.

Un’enorme macchina a raggi X — grande quanto un motore d’auto — sospesa a pochi centimetri dalla sua gola, puntata direttamente sulla tiroide.
Lei appare calma. I medici appaiono sicuri. La stanza sembra sterile e professionale.
Nessuno indossa protezioni: né la paziente, né i medici.
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Neanche un grembiule di piombo in vista. Perché negli anni ’60, la radiazione non era temuta — era celebrata. Non era ignoranza, era il culmine della medicina moderna.
I raggi X erano miracolosi, permettevano ai medici di vedere dentro il corpo umano senza aprirlo.
Erano veloci, efficienti e — tutti credevano — perfettamente sicuri, talmente sicuri che i grandi magazzini installavano macchine a raggi X per misurare i piedi dei bambini per le scarpe.
Le madri portavano i figli ogni settimana, guardando le loro piccole ossa brillare sullo schermo mentre i commessi trovavano “la misura perfetta”.
Talmente sicuri che i dermatologi puntavano fasci di radiazioni sui volti degli adolescenti per “curare” l’acne, somministrando dosi che oggi sappiamo essere catastrofiche.
Talmente sicuri che le aziende imbottigliavano bevande con il radio — un elemento radioattivo — e le pubblicizzavano come “tonici energetici”.
Gli atleti li bevevano. Le signore dell’alta società li giuravano miracolosi.
Una marca si chiamava “Radithor”. Lo slogan? : “Sole perpetuo.”
L’uomo che lo beveva con devozione, Eben Byers, morì nel 1932.; quando il suo corpo fu riesumato anni dopo, era ancora radioattivo e le sue ossa si erano disintegrate: il cranio aveva dei buchi.
Ma negli anni ’60, quella era ormai una vecchia storia.
La medicina era andata avanti. I raggi X erano di routine, la radiazione moderna.
Il progresso significava andare avanti, non guardare indietro.
La donna in questa fotografia — chiunque fosse — probabilmente tornò a casa quel giorno grata per le cure mediche all’avanguardia.
I medici probabilmente archiviarono il referto e passarono al paziente successivo. La macchina a raggi X fu probabilmente usata decine di volte ancora quella settimana.
Nessuno di loro sapeva, ignoravano che la radiazione si accumula.
Che ogni esposizione conta, che la tiroide — quella ghiandola a forma di farfalla nella gola, dove la macchina era puntata — è estremamente sensibile ai danni da radiazionee che, anni dopo, i tassi di cancro alla tiroide sarebbero esplosi.
Gli stessi medici, esposti sessione dopo sessione, avrebbero sviluppato leucemia e sarebbero morti giovani.
Non lo sapevano perché nessuno aveva fatto studi a lungo termine: nessuno aveva seguito lo sviluppo della salute dei pazienti.
Nessuno aveva posto le domande scomode, perché farlo significava rallentare, e rallentare significava restare indietro, visto che il progresso era la priorità.
La prudenza era per i timidi.
Ci vollero decenni — e migliaia di vittime — prima che la medicina affrontasse finalmente il prezzo della sua arroganza.
Negli anni ’70 e ’80, le norme cambiarono. I grembiuli di piombo divennero obbligatori. Furono fissati limiti di esposizione. I radiologi iniziarono a lavorare dietro barriere protettive. Le radiografie dentali passarono da annuali a “solo se necessarie”.
L’industria che un tempo trattava la radiazione come magia ammise finalmente che era veleno, ma la resa dei conti arrivò troppo tardi per la generazione di quella fotografia; troppo tardi per le donne che avevano ricevuto radiazioni dirette alla tiroide e poi svilupparono il cancro, troppo tardi per gli operai che dipingevano con il radio i quadranti degli orologi e morirono con le ossa che brillavano nel buio, troppo tardi per i bambini a cui facevano radiografie ai piedi ogni volta che le madri compravano loro le scarpe.
Quella fotografia oggi ci perseguita perché noi sappiamo ciò che loro non sapevano, ora noi vediamo il pericolo che loro non vedevano, e possiamo comprendere che quei medici, con i loro camici puliti e la loro sicurezza, stavano inconsapevolmente danneggiando proprio le persone che volevano curare.
Ma la verità più difficile è questa: lo stiamo ancora facendo!
Oggi esistono procedure mediche che consideriamo normali e che le generazioni future guarderanno con orrore, tecnologie di cui ci fidiamo ma che non sono state studiate abbastanza a lungo, sostanze chimiche che usiamo liberamente, anche se le conseguenze non si vedranno per decenni, solo che ancora non sappiamo quali siano.
La donna in quella fotografia del 1963 credeva nella medicina moderna, gli stessi medici credevano nella loro formazione: tutti in quella stanza credevano di fare la cosa giusta, ma avevano torto, non perché fossero negligenti, ma perché confondevano l’innovazione con la saggezza, scambiando la novità per sicurezza.
Credevano che andare veloci (“the speed of science ti ricorda qualcosa?) fosse più importante che andare con cautela.
La storia della medicina non è solo un racconto di scoperte, e’ una storia di corpi — corpi umani reali — usati come esperimenti in nome del progresso, e’ un registro di vittime invisibili, la cui sofferenza ci ha insegnato ciò che avremmo dovuto imparare in un altro modo.
Quella fotografia non è solo storia, e’ un avvertimento: i medici sembravano sicuri, la macchina sembrava avanzata, la donna al sicuro: nulla di tutto questo era vero.
E da qualche parte, proprio ora, in una stanza sterile con apparecchi moderni e professionisti benintenzionati, qualcuno sta ricevendo un trattamento che le generazioni future considereranno barbaro.
Solo che ancora non lo sappiamo.

Tutto ebbe inizio l’8 novembre 1895, in un tardo venerdì sera a Würzburg, quando Wilhelm Conrad Röntgen, fisico tedesco, fece una delle scoperte più famose della storia della scienza: una forma sconosciuta e invisibile di radiazione che chiamò “raggi X”. Per questa scoperta al fisico tedesco fu assegnato, nel 1901, il primo premio Nobel per la fisica.
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La notizia si diffuse rapidamente in tutto il mondo. Thomas Edison fu tra coloro che desiderarono perfezionare la scoperta di Röntgen, sviluppando un fluoroscopio portatile, anche se non riuscì a produrre una “lampada a raggi X” commerciale per uso domestico.
L’apparecchiatura per la produzione di raggi X fu presto ampiamente disponibile e vennero aperti studi per realizzare “ritratti di ossa”, alimentando ulteriormente l’interesse e l’immaginazione del pubblico.
La scoperta di Röntgen ebbe immediate ricadute soprattutto in campo medico poiché i raggi X divennero un importante strumento diagnostico, consentendo ai medici di vedere per la prima volta l’interno del corpo umano senza dover ricorrere alla chirurgia.
Agli scienziati fu immediatamente chiara la portata rivoluzionaria della scoperta, ma ci volle molto più tempo perché comprendessero gli effetti dannosi dell’esposizione alle radiazioni. Inizialmente si riteneva che i raggi X attraversassero la carne in modo innocuo come la luce. Tuttavia, nel giro di qualche anno, i ricercatori cominciarono a segnalare casi di ustioni e danni alla pelle dopo l’esposizione ai raggi X.
Il primo ad avvertire la comunità scientifica dei rischi biologici connessi all’esposizione dei raggi X fu Nikola Tesla, in seguito ai suoi numerosi esperimenti di cui non rese mai pubblici i risultati.
Nel 1904 l’assistente di Thomas Edison, Clarence Dally, che aveva lavorato a lungo con i raggi X, morì di cancro alla pelle. Si pensa che Dally sia stato il primo americano a morire per gli effetti della sperimentazione con le radiazioni. La sua morte fece sì che alcuni scienziati iniziassero a prendere più seriamente in considerazione i rischi delle radiazioni, che tuttavia non erano ancora del tutto compresi.
“In Italia, nel 1900, l’esposizione alle radiazioni Röntgen e ultraviolette o a grandi quantità di raggi solari era una pratica medica diffusa, soprattutto in alcune scuole pediatriche. In quegli anni, la diagnosi e il trattamento delle patologie infantili subirono notevoli cambiamenti, soprattutto dopo gli anni Venti, quando gli scienziati manifestarono un’indiscutibile fiducia nelle proprietà terapeutiche della radiazione, all’epoca considerate innocue”
Negli anni ‘40 i ricercatori della Vanderbilt University somministrarono a 751 donne in gravidanza pillole radioattive per studiarne gli effetti nocivi. Le donne si erano rivolte alla clinica ostetrica gestita dalla Vanderbilt per ricevere assistenza gratuita.
Le pillole esposero le donne e i loro bambini a livelli di radiazioni 30 volte superiori a quelle naturali, livelli che all’epoca non erano ritenuti nocivi.
Uno studio pubblicato nel 1969 sull’American Journal of Epidemiology concluse che tre bambini morirono a causa dell’esposizione alle radiazioni sviluppando diverse forme di cancro entro gli 11 anni di vita. Non è dato sapere se gli altri 748 bambini svilupparono il cancro in età adulta.
In seguito i funzionari della Vanderbilt dichiararono che i documenti relativi allo studio furono distrutti negli anni ‘70. Non è mai stato chiarito se le donne fossero state informate di partecipare alla sperimentazione.
La famiglia Rockefeller fu il maggior finanziatore della Vanderbilt University attraverso il General Education Board (GEB), la Rockefeller Foundation e donazioni dirette.





