Una revisione sistematica pubblicata su Oncotarget.com analizza 69 pubblicazioni e oltre 300 casi clinici


Gennaio 2026Una nuova revisione sistematica della letteratura scientifica mondiale, pubblicata sulla prestigiosa rivista Oncotarget il 3 gennaio 2026, sta attirando l’attenzione della comunità medica internazionale. Lo studio, condotto dai ricercatori Charlotte Kuperwasser della Tufts University e Wafik S. El-Deiry della Brown University, esamina per la prima volta in modo strutturato le segnalazioni di tumori comparsi in associazione temporale con la vaccinazione anti-COVID-19 o con l’infezione da SARS-CoV-2.

Ma cosa emerge realmente da questa analisi? E perché è importante parlarne?

I due ricercatori sono stati di recente invitati ad una riunione dell’Acip, guarda il contributo da noi doppiato e sottotitolato

Il contesto: una campagna vaccinale senza precedenti

La pandemia di COVID-19 ha rappresentato un evento epocale nella storia della medicina moderna. Mai prima d’ora una porzione così vasta della popolazione mondiale era stata esposta simultaneamente a vaccini basati su tecnologie innovative come l’mRNA, sistemi di rilascio a nanoparticelle lipidiche (LNP) e ripetuti richiami vaccinali in un arco temporale così breve.

Questa scala senza precedenti ha generato — e continua a generare — una mole impressionante di dati clinici, molecolari ed epidemiologici. E proprio da questi dati emergono osservazioni che vanno oltre le tradizionali risposte immunitarie indotte dai vaccini.

Tra queste osservazioni, alcune hanno destato particolare interesse: segnalazioni di sindromi neurologiche, autoimmuni e infiammatorie post-vaccinazione (inclusa la miocardite), ma anche — ed è questo il focus dello studio — la comparsa temporale di diagnosi oncologiche, recidive tumorali o decorsi clinici insolitamente aggressivi.


Lo studio: metodologia e risultati principali

Come è stata condotta la ricerca

Le autrici hanno eseguito una ricerca sistematica della letteratura scientifica mondiale tra gennaio 2020 e aprile 2025, utilizzando database come PubMed, Scopus, Web of Science e Google Scholar.

Un aspetto interessante emerso durante la ricerca: le query standard come “COVID-19 vaccine and cancer” restituivano inizialmente pochi o nessun risultato indicizzato. Questo ha evidenziato una limitazione strutturale nell’indicizzazione di questi case report, rendendo necessaria una strategia di ricerca più ampia e articolata.

I numeri dello studio

L’analisi ha identificato 69 pubblicazioni che soddisfacevano i criteri di inclusione, per un totale di 333 pazienti descritti (escludendo gli studi a livello di popolazione). I dati provengono da 27 paesi distribuiti tra Asia, Europa, Medio Oriente, Africa e Americhe.

La distribuzione degli studi per tipologia: – 75% case report (singolo paziente) – 12% studi di coorte o analisi a livello di popolazione – 6% serie di casi – 4,5% revisioni sistematiche o narrative – 3% studi meccanicistici/sperimentali

Tipi di vaccino coinvolti

Tra i casi riportati associati alla vaccinazione: – 56% riguardavano il vaccino Pfizer-BioNTech (BNT162b2) – 25% il vaccino Moderna (mRNA-1273) – 5% pazienti che avevano ricevuto entrambi – 5,8% AstraZeneca (ChAdOx1) – 2,9% Johnson & Johnson – 1,4% Sputnik-V

Questa distribuzione riflette essenzialmente i pattern di utilizzo globale, con i vaccini a mRNA che sono stati i più ampiamente distribuiti.


I tumori segnalati: uno spettro ampio e diversificato

Tumori del sangue: i più rappresentati

Circa il 43% delle pubblicazioni (30 su 69) ha riportato neoplasie linfoidi, includendo sia linfomi che leucemie. Tra questi:

  • Linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL) — il tipo più frequentemente segnalato
  • Linfomi a cellule T di vario tipo (angioimmunoblastico, panniculite-simile sottocutaneo, cutaneo)
  • Leucemia linfatica cronica/linfoma a piccoli linfociti
  • Linfomi cutanei a cellule T

Molti report hanno enfatizzato progressioni insolitamente rapide, presentazioni atipiche o decorsi particolarmente aggressivi.

Tumori solidi: il 41% dei casi

I tumori solidi hanno rappresentato il 41% delle pubblicazioni (28 su 69), con una varietà di neoplasie:

  • Melanoma
  • Tumore al seno
  • Tumore al polmone
  • Glioblastoma e altri tumori cerebrali
  • Sarcomi
  • Tumore al pancreas
  • Carcinomi di vari organi

Un dato ricorrente: diversi report descrivono esordio insolitamente rapido, recidive a breve latenza o progressione clinica aggressiva per tumori come l’adenocarcinoma pancreatico e il glioblastoma — caratteristiche considerate atipiche per queste neoplasie.

Tumori al sito di iniezione

Un sottogruppo di casi ha descritto la formazione o recidiva tumorale in prossimità del sito di iniezione: la regione deltoidea, l’ascella o i linfonodi drenanti. In alcuni casi, la linfoadenopatia ascellare coincideva con metastasi di tumori solidi.

Tumori virus-associati

Sono stati identificati anche tumori associati a virus oncogeni: – Sarcoma di Kaposi (associato a HHV-8) – Carcinoma a cellule di Merkel (associato a MCV) – Linfomi EBV-positivi


Casi clinici emblematici

Lo studio riporta diversi casi clinici particolarmente significativi. Eccone alcuni:

Il caso del linfoma temporale

Una donna giapponese di 80 anni ha sviluppato una massa nella regione temporale destra la mattina dopo la prima dose di vaccino Pfizer. La massa, inizialmente di quasi 3 cm, si è gradualmente ridotta ma è persistita. Gli esami hanno rivelato multiple linfoadenopatie e la diagnosi finale è stata di linfoma della zona marginale a cellule B.

Il sarcoma post-Moderna

Una donna di 73 anni ha notato un gonfiore al braccio destro 2-4 giorni dopo la seconda dose di vaccino Moderna, a circa 1 cm dal precedente sito di iniezione. L’esame ha rivelato una massa di 6 cm, confermata come sarcoma ad alto grado.

Il melanoma uveale

Un uomo indiano di 49 anni ha sviluppato una perdita progressiva della vista un giorno dopo la seconda dose di vaccino Pfizer. Gli esami hanno rivelato emorragia intraoculare estesa e distacco retinico, con diagnosi finale di melanoma uveale necrotico.

Il caso delle metastasi cutanee con proteina Spike

Una donna di 85 anni, in remissione da tumore al seno da due anni, ha sviluppato una lesione cutanea asintomatica sul petto destro entro un mese dalla sesta dose di vaccino Pfizer. La lesione è risultata essere una metastasi cutanea e, elemento cruciale, le cellule tumorali sono risultate positive alla proteina Spike ma negative alla nucleocapside — suggerendo che la proteina Spike presente nel tumore derivasse dal vaccino e non da un’infezione naturale.


Gli studi di popolazione: cosa dicono i grandi numeri

Oltre ai case report, lo studio ha identificato tre importanti analisi a livello di popolazione.

Lo studio sudcoreano: 8,4 milioni di persone

Kim e colleghi hanno analizzato circa 8,4 milioni di individui tra il 2021 e il 2023, valutando l’incidenza cumulativa di cancro a un anno dalla vaccinazione COVID-19.

I risultati hanno mostrato associazioni statisticamente significative tra vaccinazione e sei tipi specifici di cancro: – Tiroide: HR 1,35 – Stomaco: HR 1,34 – Colon-retto: HR 1,28 – Polmone: HR 1,53 – Seno: HR 1,20 – Prostata: HR 1,69

Le associazioni variavano per piattaforma vaccinale: i vaccini a mRNA erano associati a tumori di tiroide, colon-retto, polmone e seno; i vaccini a vettore adenovirale a tumori di tiroide, stomaco, colon-retto, polmone e prostata.

Lo studio italiano: 300.000 residenti

Acuti Martellucci e colleghi hanno valutato circa 296.000 residenti della provincia di Pescara, seguiti fino a 30 mesi (giugno 2021 – dicembre 2023).

L’ospedalizzazione per cancro è risultata modestamente più elevata tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati: – ≥1 dose: HR 1,23 – ≥3 dosi: HR 1,09

Gli aumenti specifici riguardavano principalmente tumori colon-rettali (HR 1,35), mammari (HR 1,54) e vescicali (HR 1,62).

Il database militare USA: 1,3 milioni di militari

Un’analisi del Dipartimento della Difesa statunitense ha esaminato l’incidenza di linfoma non-Hodgkin tra i militari in servizio attivo dal 2017 al 2023. Questo gruppo rappresenta una popolazione unica: il Dipartimento ha imposto la vaccinazione obbligatoria per tutti i militari in servizio attivo a partire dalla fine del 2020, con conformità quasi universale raggiunta entro metà 2021.

I dati mostrano: – Un aumento di circa il 50% nei sottotipi di linfoma non-Hodgkin specificati/non specificati e non-follicolari a partire dal 2021 – Un’incidenza persistentemente elevata di linfomi a cellule T/NK mature rispetto agli anni pre-pandemici


I meccanismi biologici proposti: come potrebbe accadere?

Lo studio non si limita a catalogare i casi, ma propone anche meccanismi biologici plausibili che potrebbero spiegare un’eventuale associazione tra vaccinazione COVID-19 e cancro.

1. Disregolazione immunitaria

I vaccini a mRNA e l’infezione da SARS-CoV-2 innescano la produzione di citochine pro-infiammatorie come interleuchina-6 (IL-6), TNF-α e IL-1β entro 1-3 giorni dalla vaccinazione. Questa reazione è dovuta alla risposta immunitaria innata ai componenti mRNA e alle nanoparticelle lipidiche.

Queste citochine, quando agiscono in modo sinergico, possono: – Attivare vie di segnalazione oncogene (STAT3, NF-κB) – Promuovere proliferazione, sopravvivenza e angiogenesi delle cellule tumorali – Creare un microambiente immunosoppressivo favorevole ai tumori – Risvegliare cellule tumorali dormienti

In sostanza, se esistono già cellule trasformate o pre-maligne nell’organismo, questa “tempesta infiammatoria” potrebbe teoricamente accelerarne la progressione.

2. Biologia della proteina Spike

La proteina Spike, sia quella prodotta dall’infezione che quella indotta dal vaccino, ha attività biologiche con potenziale oncogeno:

  • Interagisce non solo con i recettori ACE2, ma anche con NRP-1, integrine e TLR
  • È stata riportata in grado di indurre danni al DNA
  • Può modificare la via di p53 sotto stress ossidativo
  • Persiste nell’organismo per settimane, mesi e talvolta anni dopo la vaccinazione

Un elemento chiave: la proteina Spike prodotta dai vaccini (Spike-2P) differisce da quella naturale del virus SARS-CoV-2, contenendo due sostituzioni proliniche che la stabilizzano. Questo potrebbe avere implicazioni diverse rispetto all’infezione naturale.

3. Contaminanti di DNA

I vaccini a mRNA contengono DNA residuo come sottoprodotto del processo di produzione. Diversi studi indipendenti hanno rilevato che la quantità di DNA residuo presente supera i limiti stabiliti — limiti che peraltro furono definiti per DNA “nudo”, non incapsulato in nanoparticelle lipidiche.

Le nanoparticelle lipidiche aumentano significativamente l’efficienza di trasfezione del DNA nelle cellule, con studi in vitro che dimostrano tassi di integrazione genomica dell’1-10% delle cellule inizialmente trasfettate.

Inoltre, nel DNA residuo del vaccino Pfizer sono state identificate sequenze regolatorie SV40 — un elemento che, se integrato nel genoma, può alterare l’espressione di sequenze adiacenti e aumentare il potenziale oncogenico.


Le lacune nella conoscenza: cosa non sappiamo ancora

Le autrici dello studio identificano onestamente profonde lacune nella nostra comprensione di come i vaccini a mRNA interagiscano con i percorsi fondamentali di difesa dell’ospite, omeostasi tissutale e biologia tumorale.

A livello molecolare

Non sappiamo abbastanza su come le modifiche chimiche e strutturali della proteina Spike, le sostituzioni nucleosidiche (come la N1-metilpseudouridina) e le formulazioni LNP influenzino: – La segnalazione cellulare dell’ospite – La stabilità genomica – La regolazione immunitaria

A livello cellulare e immunologico

C’è una comprensione meccanicistica limitata di come i componenti del vaccino, la persistenza della proteina Spike o l’attivazione immunitaria ripetuta modellino l’interazione tra immunità innata e adattativa, particolarmente nelle cellule dendritiche, nei macrofagi e nei compartimenti stromali.

A livello di popolazione

Gli studi epidemiologici su larga scala rimangono limitati e spesso inconcludenti. I registri esistenti raramente integrano correlati molecolari o immunologici, ostacolando l’inferenza causale. I sistemi di farmacovigilanza attuali non sono stati progettati per rilevare eventi oncologici rari ma biologicamente informativi.


Il contesto normativo: vaccini o terapia genica?

Un aspetto evidenziato nello studio riguarda la classificazione normativa dei vaccini a mRNA. Questi vaccini incorporano meccanismi comunemente associati alle tecnologie di terapia genica: – Introducono materiale genetico esogeno (DNA e RNA ingegnerizzato) nelle cellule del paziente – Producono una proteina Spike codificata da mRNA stabile che persiste nel corpo

Tuttavia, la loro revisione regolatoria ha seguito il percorso dei vaccini tradizionali, non i criteri normalmente applicati ai prodotti di terapia genica umana. Quest’ultimi valutano rigorosamente endpoint di sicurezza specifici per il cancro, tra cui: – Mutagenesi inserzionale – Espansione clonale – Leucemogenesi – Tumori maligni correlati al trattamento

Questo solleva interrogativi sulla completezza della valutazione di sicurezza pre-marketing.


Le considerazioni etiche: informazione e consenso informato

Lo studio solleva importanti questioni etiche che meritano riflessione.

Il paradosso dell’evidenza

Nel 2025 esiste una profonda divisione su come considerare le evidenze pubblicate che non raggiungono determinati standard a livello di popolazione. Per alcuni, queste vengono etichettate come “disinformazione” o “allarmismo”. Ma in oncologia esiste uno standard consolidato da decenni: un singolo evento avverso grave è segnalabile agli IRB e alle agenzie regolatorie come la FDA.

L’assenza di consenso informato completo

Le autrici osservano che, negli USA e globalmente, non esiste un consenso informato che catturi tutti gli eventi avversi noti e potenziali. I foglietti illustrativi dei vaccini COVID-19 pubblicati dalla FDA dichiarano esplicitamente che i vaccini: – Non sono stati valutati per cancerogenicità – Non sono stati valutati per genotossicità – Non sono stati studiati dopo dosi multiple e richiami – Non sono stati studiati in combinazione con successiva infezione da SARS-CoV-2

La variabilità individuale

La suscettibilità al cancro varia tra gli individui in base a fattori genetici, ambientali e socioeconomici. È probabile che anche la suscettibilità al cancro dopo i vaccini COVID vari considerevolmente nella popolazione, con alcuni individui a maggior rischio. Riconoscere queste questioni e studiarle è essenziale per sviluppare una guida migliore per l’analisi rischio-beneficio nel contesto del consenso informato.

Il fattore tempo

L’oncologia richiede spesso anni o decenni per stabilire o escludere la causalità. Ma questo non dovrebbe diminuire la responsabilità etica immediata di fornire informazioni accurate e aggiornate agli individui che considerano la vaccinazione o richiami aggiuntivi.


Le conclusioni degli autori

Le autrici concludono che l’evidenza mondiale collettiva dal 2020 al 2025 suggerisce una connessione biologicamente plausibile tra vaccinazione COVID-19 e cancro. I risultati clinici ricorrenti documentati — comparsa de novo di tumori, progressione rapida, riattivazione virale e risveglio di malattia dormiente — evidenziano lacune critiche nella comprensione di come i cambiamenti immunitari su larga scala prodotti dal vaccino interagiscano con la biologia del cancro.

Meccanismi condivisi tra infezione e vaccinazione

Sia l’infezione da SARS-CoV-2 che la vaccinazione COVID-19 coinvolgono vie biologiche sovrapposte che potrebbero influenzare il rischio di cancro: – Attivazione del sistema immunitario innato – Segnalazione robusta dell’interferone – Induzione di citochine – Stress ossidativo – Interruzione transitoria dell’omeostasi delle cellule immunitarie

Meccanismi unici della vaccinazione

Tuttavia, meccanismi unici distinguono la vaccinazione dall’infezione naturale: – Biodistribuzione diffusa – Assorbimento intracellulare e persistenza di modelli di acido nucleico modificato – Produzione di una proteina Spike “innaturale” (stabilizzata) – Presenza di DNA residuo con sequenze SV40 – Rilascio mediato da LNP a tessuti immuni e non immuni – Espressione persistente della Spike per mesi o anni

La proposta: un framework di classificazione

Lo studio propone che i tumori che insorgono dopo documentata infezione da SARS-CoV-2 o vaccinazione COVID-19 vengano valutati usando un framework di classificazione immunoistochimica standardizzato: – Valutazione dei pattern di espressione degli antigeni virali tramite immunoistochimica – Definizione di fenotipi Spike-positivo/nucleocapside-positivo, Spike-positivo/nucleocapside-negativo e Spike-negativo/nucleocapside-negativo – Integrazione con caratterizzazione dettagliata dell’attività proliferativa, marcatori di risposta al danno del DNA, firme di vie oncogene/soppressori tumorali e microambiente tumorale immunitario


Cosa significa tutto questo per il pubblico?

È importante contestualizzare queste informazioni in modo equilibrato.

Cosa DICE lo studio

Lo studio dice che: – Esiste un segnale nelle pubblicazioni scientifiche mondiali che merita attenzione – Ci sono meccanismi biologicamente plausibili che potrebbero spiegare un’associazione – Esistono lacune significative nella nostra conoscenza – Sono necessari studi rigorosi per distinguere coincidenza da causalità – La trasparenza e l’informazione completa sono essenziali per il consenso informato

Il ruolo della scienza

Gli autori enfatizzano che l’imperativo scientifico, andando avanti, dovrebbe essere un framework coordinato che combini: – Sorveglianza longitudinale – Sperimentazione meccanicistica – Studi autoptici con caratterizzazione molecolare – Analisi epidemiologiche a lungo termine

Solo così potremo distinguere la coincidenza dalla causalità e affinare le future piattaforme vaccinali.


Riflessioni finali

Questo studio rappresenta un contributo importante al dibattito scientifico sulla sicurezza a lungo termine dei vaccini COVID-19. Che le associazioni temporali osservate si rivelino essere coincidenze, smascheramento di malattie latenti, perturbazione immunitaria o vere relazioni causali, è una questione che solo la ricerca futura potrà risolvere.

Ma la scienza progredisce attraverso il dubbio metodico, l’osservazione attenta e il dibattito aperto. Ignorare o minimizzare le segnalazioni emergenti non serve la scienza né la salute pubblica. Al contrario, riconoscerle, studiarle rigorosamente e comunicarle trasparentemente al pubblico è l’unico modo per mantenere la fiducia nelle istituzioni scientifiche e sanitarie.

Come concludono gli Autori: “Garantire che clinici e pazienti abbiano accesso alle evidenze in evoluzione, inclusi eventi avversi rari ma meccanicamente credibili, è coerente con i principi fondamentali dell’etica medica e rafforza la fiducia pubblica delineando chiaramente ciò che è noto, ciò che rimane irrisolto e quale lavoro è in corso.”


Riferimento bibliografico:
Kuperwasser C, El-Deiry WS. COVID vaccination and post-infection cancer signals: Evaluating patterns and potential biological mechanisms. Oncotarget. 2026; Published January 3, 2026. doi: [in attesa di DOI definitivo]

Nota: Questo articolo ha scopo informativo e divulgativo. Non costituisce consulenza medica. Per qualsiasi decisione riguardante la propria salute, consultare sempre un professionista sanitario qualificato.


Articolo basato sulla revisione sistematica pubblicata su Oncotarget, gennaio 2026– SCARICA IL DOCUMENTO ORIGINALE

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