Analisi del database VAERS – 1990-2019 e revisione della letteratura medica

Un’Indagine sulla Classificazione ICD, i Database di Sorveglianza e i Meccanismi di Riclassificazione Diagnostica
La morte di un neonato rappresenta uno dei drammi più profondi che la medicina contemporanea si trova ad affrontare. Quando questa morte surviene in modo improvviso e apparentemente inspiegato, la classificazione nosologica diventa non solo un esercizio burocratico, ma un atto che porta con sé conseguenze legali, epidemiologiche e sociali di vasta portata.
L’architettura del sistema di codifica delle cause di morte, plasmata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dai Centers for Disease Control and Prevention attraverso la Classificazione Internazionale delle Malattie, costituisce il fondamento stesso della sorveglianza epidemiologica globale. Eppure, un’analisi critica di questa architettura rivela una realtà inquietante: le modifiche apportate nel corso dei decenni a questa classificazione hanno sistematicamente oscurato la visibilità di eventi avversi potenzialmente correlati alle pratiche immunologiche pediatriche, trasformando decessi che meriterebbero un’indagine approfondita in statistiche che sfuggono a qualsiasi forma di monitoraggio significativo.
Questo articolo si propone di condurre un’analisi approfondita e critica delle dinamiche che regolano la classificazione dei decessi infantili post-vaccinali, esaminando le evidenze scientifiche disponibili, i meccanismi patogenetici ipotizzati e le implicazioni etiche di un sistema che, paradossalmente, sembra essere stato strutturato per rendere invisibili proprio quei segnali di sicurezza che dovrebbero fungere da allarmi precoci per la salute pubblica. Attraverso l’esame di database di farmacovigilanza, studi epidemiologici e documentazione forense, cercheremo di illuminare un angolo della medicina moderna troppo spesso relegato all’oscurità delle statistiche non classificate.
ISPIRATO DALLO STUDIO DEL DOTT. MILLER
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1. Il Quadro Normativo e l’Architettura della Classificazione ICD
1.1 L’Evoluzione Storica dei Codici di Classificazione
La classificazione internazionale delle malattie rappresenta uno degli strumenti più potenti a disposizione della sanità pubblica mondiale. Sviluppata e mantenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, questa classificazione fornisce un linguaggio comune per la documentazione delle cause di morte e di malattia, consentendo il confronto tra diverse realtà geografiche e temporali. Un’accurata codifica delle cause di morte non costituisce un mero adempimento burocratico, come potrebbe superficialmente apparire, ma rappresenta una necessità strategica fondamentale per l’identificazione precoce dei segnali di sicurezza e per la tutela effettiva della salute pubblica. Storicamente, le versioni precedenti dell’ICD prevedevano percorsi diagnostici specifici per le reazioni avverse ai trattamenti medici, inclusa la possibilità di tracciare direttamente i decessi correlati alle pratiche immunologiche attraverso codici dedicati. Questa visibilità consentiva ai sistemi di sorveglianza di identificare eventuali cluster anomali e di avviare indagini tempestive.

L’analisi critica della revisione dell’ICD del 1979 rivela un cambiamento strutturale dai riflessi forensi devastanti per la tracciabilità degli eventi avversi vaccinali. L’eliminazione del codice specifico per “inoculazione e vaccinazione profilattica” come causa di morte rappresenta un’omissione tecnica che costringe oggi il medico certificatore a una scelta forzata tra le 130 categorie residue presenti nel manuale ICD-10/11, oscurando sistematicamente il nesso di causalità vaccinale. In assenza di un codice dedicato, il certificatore si trova obbligato a ricondurre il decesso a eziologie alternative, spesso generiche o accidentali, che non consentono alcuna correlazione con precedenti procedure immunologiche. Questa lacuna opera come una barriera tecnica che impedisce la rilevazione tempestiva di trend anomali, trasformando eventi fatali potenzialmente correlati in quello che viene definito “rumore statistico”, ovvero variazioni casuali che non meritano ulteriore indagine.
La scomparsa della vaccinazione dai manuali ufficiali di codifica non elimina evidentemente il potenziale rischio biologico associato a queste procedure, ma ne annulla la visibilità epidemiologica, favorendo l’assorbimento di tali decessi in categorie “ombrello” come la Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante o, più recentemente, in diagnosi di natura puramente accidentale. Questo meccanismo di occultamento statistico rappresenta una delle problematiche più serie che la farmacovigilanza contemporanea si trova ad affrontare, poiché priva i decisori sanitari degli strumenti necessari per identificare tempestivamente potenziali problemi di sicurezza.
1.2 Il Paradosso del VICP e l’Impossibilità del Consenso Informato
Un elemento cruciale per comprendere l’assurdità del sistema attuale risiede nel paradosso del National Vaccine Injury Compensation Program. Il governo statunitense ha erogato oltre 4,5 miliardi di dollari per risarcimenti relativi a danni e decessi legati ai vaccini attraverso questo programma federale, riconoscendo formalmente l’esistenza di eventi avversi fatali correlati all’immunizzazione. Eppure, proprio nel paese che ha istituito questo fondo di compensazione, i medici non dispongono di un codice ICD per registrare tali decessi, essendo costretti a nascondere queste fatalità tra le pieghe di diagnosi come la SIDS o il soffocamento accidentale. Questa contraddizione sistemica solleva interrogativi profondi sulla reale volontà di monitorare e documentare accuratamente gli eventi avversi.
Da questa analisi emerge una conclusione sconcertante: il consenso informato, pilastro fondamentale dell’etica medica moderna, rappresenta attualmente un’impossibilità sia legale che medica. I dati alla base del rapporto rischio-beneficio sono infatti statisticamente “lavati” attraverso la riclassificazione ICD, rendendo impossibile per genitori e pazienti accedere a informazioni accurate sulla reale incidenza degli eventi avversi fatali. L’opacità del sistema non si limita a danneggiare l’accuratezza epidemiologica, ma priva concretamente i genitori del diritto fondamentale di valutare il rischio reale associato alle procedure immunologiche, minando irrimediabilmente la fiducia nelle istituzioni sanitarie.
2. La Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante: Storia, Statistiche e il Fenomeno della Riclassificazione
2.1 Le Origini: Dalla “Invisibilità Statistica” alla Definizione Medica
Contrariamente alla percezione comune, la cosiddetta “morte in culla” non era un fenomeno preminente nelle statistiche di mortalità infantile prima degli anni Sessanta. In quell’epoca, il decesso improvviso di un neonato era statisticamente invisibile, classificato sotto voci generiche che non consentivano l’identificazione di un pattern specifico. Il panorama mutò drasticamente con l’espansione delle campagne vaccinali di massa, che negli Stati Uniti e in altri paesi sviluppati portarono alla somministrazione simultanea di vaccini multipli come DPT, polio e morbillo a partire dai primi mesi di vita.
L’emergere di un’epidemia di morti inspiegate costrinse la comunità medica a creare un “contenitore” diagnostico che consentisse di etichettare questi eventi senza doverne necessariamente identificare la causa. È fondamentale ricordare l’esperienza del dottor Archie Kalokerinos con le popolazioni aborigene australiane, documentata nella letteratura medica: la mortalità infantile raddoppiò in seguito alle campagne vaccinali di massa, rivelando come neonati malnutriti e con carenze di vitamina C fossero biologicamente vulnerabili allo stress immunologico indotto dalla vaccinazione. Questi decessi venivano sistematicamente classificati sotto diagnosi come polmonite o gastroenterite, occultando la correlazione con la stimolazione immunologica appena ricevuta.
Un altro esempio storico cruciale proviene dal Giappone, dove nel 1975 le autorità sanitarie decisero di elevare l’età minima per la vaccinazione da 3 mesi a 24 mesi in seguito a 37 morti improvvise post-vaccinali documentate. I risultati di questa decisione furono straordinari: le richieste di indennizzo per morte post-vaccinale crollarono del 90%, e la categoria “morte improvvisa” quasi scomparve letteralmente dalle statistiche. Questo dato, riportato dalla rivista Pediatrics, suggerisce con forza che lo spostamento della finestra vaccinale oltre il periodo di massima vulnerabilità neurologica possa prevenire la quasi totalità delle morti improvvisate nei primi anni di vita.
Le tappe fondamentali della codifica della SIDS negli Stati Uniti seguono un percorso che riflette la necessità burocratica di gestire l’impatto statistico piuttosto che di risolverne la causa sottostante:
- 1969: Creazione formale del termine SIDS per etichettare l’allarmante aumento di decessi improvvisi e inspiegabili che la comunità medica non riusciva altrimenti a catalogare.
- 1972: La SIDS viene classificata come la causa principale di mortalità post-neonatale, ovvero i decessi che occorrono tra i 28 giorni e il primo anno di vita.
- 1973: Il CDC introduce ufficialmente la categoria nel manuale delle cause di morte gestito dal National Center for Health Statistics, legittimandola come entità nosologica a tutti gli effetti.
Questa evoluzione segna il passaggio da un fenomeno senza nome a una necessità burocratica: etichettare l’evento per gestirne l’impatto statistico, piuttosto che investigarne e comprenderne le cause profonde.
2.2 La Campagna “Back to Sleep” e l’Illusione Statistica
Nel 1992, la American Academy of Pediatrics promosse la campagna “Back to Sleep”, raccomandando la posizione supina durante il sonno infantile come strategia per ridurre drasticamente l’incidenza della SIDS. Questa campagna fu presentata come un trionfo della medicina preventiva, con i dati ufficiali che celebravano un calo significativo dei casi di sindrome della morte improvvisa del lattante. Tuttavia, un’analisi epidemiologica rigorosa rivela quello che può essere definito solo come un “gioco di prestigio” diagnostico, ovvero uno spostamento massiccio delle classificazioni che ha prodotto un’illusione di successo senza alcun reale miglioramento della mortalità infantile.
I dati comparativi mostrano una discrepanza drammatica tra le statistiche ufficiali e la realtà sottostante. Tra il 1992 e il 2001, la SIDS è declinata mediamente dell’8,6% annuo, un risultato apparentemente straordinario che sembrava confermare l’efficacia delle nuove pratiche di sonno raccomandate. Contemporaneamente, tuttavia, i decessi classificati come “soffocamento a letto” (codice ICD-9 E913.0) aumentarono dell’11,2% annuo nello stesso identico periodo. Lo studio fondamentale di Malloy e MacDorman, pubblicato su una rivista peer-reviewed, ha evidenziato che questa “sostituzione diagnostica” ha compensato circa il 90% del calo apparentemente osservato nella SIDS tra il 1999 e il 2001.
Il dato clinico più significativo emerge dall’analisi della mortalità post-neonatale totale, che è rimasta fondamentalmente stabile durante questo periodo. Ciò significa che i bambini hanno continuato a morire improvvisamente con la stessa frequenza di prima, ma le cause sono state semplicemente riclassificate sotto etichette diverse. La somma di SIDS, soffocamento e cause sconosciute ha prodotto un calo complessivo statisticamente non significativo, confermando che il calo della SIDS osservato nelle statistiche ufficiali era un artefatto della preferenza dei medici legali per codici alternativi piuttosto che un reale miglioramento della salute infantile.
Questo fenomeno, tecnicamente definito “diagnostic shift” o spostamento diagnostico, ha implicazioni gravissime sotto il profilo forense e della salute pubblica. Reclassificando un evento medico potenzialmente correlato a fattori sistemici come un evento accidentale, il sistema sposta l’onere della responsabilità dal sistema sanitario al comportamento dei genitori, in particolare alla posizione nel sonno del bambino. Di conseguenza, campagne come “Back to Sleep” hanno prodotto un successo illusorio, modificando l’etichetta del decesso senza ridurre significativamente la mortalità post-neonatale totale e, cosa ancora più grave, senza affrontare i potenziali trigger sistemici che potrebbero causare questi decessi, inclusa la stimolazione immunologica acuta indotta dalla vaccinazione.
3. Analisi Statistica del Database VAERS e il Caso delle “Hot Lots”
3.1 Il Sistema VAERS: La Sentinella della Farmacovigilanza
Il Vaccine Adverse Event Reporting System costituisce il principale strumento di farmacovigilanza passiva negli Stati Uniti. Gestito congiuntamente dai Centers for Disease Control and Prevention e dalla Food and Drug Administration, questo sistema opera come un meccanismo di allerta precoce per identificare potenziali problemi di sicurezza nei vaccini già autorizzati e in commercio. Il VAERS raccoglie segnalazioni di eventi avversi provenienti da operatori sanitari, produttori farmaceutici e cittadini, creando un database accessibile per la ricerca epidemiologica e tossicologica indipendente.
È fondamentale comprendere la natura “passiva” di questo sistema di sorveglianza. Il VAERS non monitora attivamente ogni individuo vaccinato, ma riceve segnalazioni volontarie che rappresentano solo una frazione degli eventi avversi effettivamente occorsi. Studi condotti da istituzioni come Harvard Pilgrim Health Care hanno stimato che la segnalazione spontanea soffre di una sottostima cronica, con meno dell’1% degli eventi avversi reali che vengono effettivamente riportati al sistema. Questa limitazione implica che i dati VAERS rappresentino inevitabilmente una sottostima della reale incidenza degli eventi avversi, ma che i segnali identificati all’interno di questo database meritino la massima attenzione investigativa.
La prossimità temporale tra somministrazione vaccinale e decesso fornisce un segnale forense di particolare rilevanza. Quando la mortalità non si distribuisce casualmente nel tempo, ma manifesta un clustering significativo nelle ore e nei giorni immediatamente successivi all’esposizione, l’ipotesi di un processo patogenetico attivo diventa l’unica spiegazione scientificamente sostenibile, soprattutto quando la significatività statistica di questo clustering raggiunge livelli estremi.
3.2 L’Analisi di Miller: 30 Anni di Dati VAERS
Lo studio condotto da Neil Z. Miller, pubblicato e discusso nella comunità scientifica, ha analizzato 2.605 decessi infantili segnalati al VAERS in un arco temporale di 30 anni, dal 1990 al 2019. L’analisi si è concentrata sui decessi occorsi entro 60 giorni dalla vaccinazione, esaminando la distribuzione temporale degli eventi e la sua compatibilità con un’ipotesi di casualità. I risultati hanno rivelato pattern di concentrazione temporale con una significatività statistica estrema, con un valore p inferiore a 0,00001, che esclude statisticamente la possibilità che questa distribuzione sia dovuta al solo caso.
I dati mostrano una concentrazione drammatica dei decessi nelle immediate vicinanze temporali della vaccinazione:
Tabella 1: Distribuzione Temporale dei Decessi Post-Vaccinali (VAERS 1990-2019)
| Intervallo Post-Vaccinale | Percentuale di Decessi | Decessi Osservati | Decessi Attesi (Casualità) | Incremento |
| Giorno della vaccinazione (Giorno 1) | 16,9% | 440 | ~43 | ~10 volte |
| Entro 3 giorni | 58% | ~1.512 | ~130 | ~11,6 volte |
| Entro 7 giorni | 78,3% | 2.041 | ~304 | ~6,7 volte |
| Periodo tardivo (8-60 giorni) | 21,7% | ~564 | ~260 | ~2,2 volte |
Il dato più allarmante emerge dall’analisi del secondo giorno post-vaccinazione, che presenta 760 decessi osservati rispetto a una frequenza attesa di circa 43 in una distribuzione casuale. Si tratta di un incremento di 17,5 volte rispetto alle aspettative statistiche. Ancora più significativo, se si confronta questo picco con il tasso di base di 11 decessi al giorno osservato nel periodo tardivo (giorni 8-60), l’incremento risulta essere di ben 69 volte per la mortalità totale e di 57 volte per il sottogruppo specifico di SIDS.
Questa asimmetria temporale non può essere ricondotta a un semplice bias di segnalazione. Se i genitori tendessero a segnalare più frequentemente eventi occorsi subito dopo la vaccinazione per puro effetto della suggestione temporale, ci si aspetterebbe un picco al giorno stesso della vaccinazione o al massimo entro le prime 24 ore. Il fatto che il picco si registri invece al secondo giorno suggerisce con forza l’esistenza di un periodo di incubazione biologica, durante il quale una reazione fisiologica o patologica innescata dalla vaccinazione giunge a maturazione, culminando in eventi fatali. Questa osservazione è pienamente coerente con la cinetica di produzione delle citochine infiammatorie, che secondo la letteratura scientifica raggiungono il picco ematico tra le 24 e le 48 ore post-vaccinazione.
3.3 Il Caso dei “Hot Lots”: Frammentazione del Segnale di Pericolo
Un elemento di particolare rilevanza forense emerge dall’analisi storica dei cosiddetti “Hot Lots”, ovvero lotti vaccinali associati a cluster di eventi avversi. Il caso più emblematico riguarda il lotto DPT #64201 nello stato del Tennessee tra il 1978 e il 1979, dove 11 decessi si verificarono entro 8 giorni dalla vaccinazione. Nove di questi decessi coinvolgevano bambini che avevano ricevuto dosi provenienti dallo stesso lotto, una concentrazione statisticamente altamente improbabile.
In quell’occasione, la risposta delle autorità sanitarie fu di derubricare gli eventi come “pura coincidenza”, nonostante l’enormità della correlazione osservata. Tuttavia, documenti interni del produttore vaccinale rivelarono una reazione ben diversa a questo episodio: l’implementazione di una nuova politica di limitazione delle spedizioni di singoli lotti a specifiche aree geografiche, proprio per evitare la formazione di cluster visibili di decessi classificabili come SIDS. Questa pratica, presentata come una misura logistica di gestione dell’inventario, ha l’effetto sistematico di frammentare il segnale di pericolo, rendendo estremamente difficile per i sistemi di sorveglianza territoriale identificare lotti specifici associati a eccessi di mortalità.
La frammentazione geografica dei lotti rappresenta quindi un meccanismo sistematico di occultamento che priva i sistemi di sorveglianza della capacità di identificare tempestivamente lotti difettosi o eccessivamente reattogenici. Questa pratica solleva interrogativi profondi sulla reale priorità dei sistemi sanitari: la protezione della salute infantile o la preservazione di un’immagine di sicurezza vaccinale che non riflette la complessità delle evidenze disponibili.
4. Meccanismi Patogenetici e Plausibilità Biologica
4.1 Le Citochine Infiammatorie come Neuromodulatori
La comprensione dei meccanismi attraverso i quali la vaccinazione potrebbe teoricamente contribuire a eventi fatali richiede l’esame delle evidenze neuropatologiche e tossicologiche disponibili. La ricerca scientifica ha identificato diversi pathway biologici che potrebbero spiegare l’associazione temporale osservata tra somministrazione vaccinale e decessi infantili improvvisi, sebbene questi meccanismi rimangano oggetto di dibattito nella comunità scientifica.
L’evidenza neuropatologica, sintetizzata nell’ipotesi Douglas Miller, suggerisce che il carico vaccinale provochi una produzione sistemica di citochine infiammatorie capaci di penetrare nel sistema nervoso centrale. Queste molecole interagiscono con l’ipotalamo e il tronco encefalico, inibendo specificamente l’attività dei neuroni serotoninergici del midollo allungato, tecnicamente denominati “neuroni del rafe midollare”. Questa inibizione ha conseguenze potenzialmente fatali: in presenza di un sistema serotoninergico compromesso o vulnerabile, viene soppressa la risposta respiratoria riflessa all’accumulo di anidride carbonica. Il neonato perde la capacità di innescare l’auto-rianimazione durante le apnee notturne, conducendo a un arresto respiratorio silente che si manifesta clinicamente come una morte apparentemente inspiegata.
Il mantenimento dell’omeostasi vitale durante il sonno neonatale dipende dall’integrità funzionale della rete serotoninergica del tronco encefalico. Questo sistema è particolarmente suscettibile di grave perturbazione a causa di stimoli immunitari esogeni che agiscono come neuromodulatori negativi. La vulnerabilità del sistema è esacerbata dalla permeabilità intrinseca delle strutture protettive cerebrali nel neonato, un aspetto che esamineremo più dettagliatamente nella sezione successiva.
4.2 Neurotossicità degli Adiuvanti e Barriera Emato-Encefalica
Nei primi mesi di vita, la barriera emato-encefalica presenta un’immaturità strutturale che la rende criticamente permeabile ai composti metallici utilizzati come adiuvanti nei vaccini. Le giunzioni serrate che normalmente sigillano l’endotelio vascolare cerebrale non hanno ancora raggiunto la loro maturazione completa, consentendo il passaggio di molecole che in condizioni normali verrebbero bloccate.
Le indagini condotte da Matturri e colleghi hanno evidenziato come l’alluminio vaccinale possa oltrepassare la barriera emato-encefalica e indurre alterazioni molecolari nel DNA, RNA e nelle proteine dei neuroni del tronco encefalico responsabili del controllo autonomico. Le evidenze forensi documentano in questi casi specifici reperti istologici di edema cerebrale e congestione localizzati nel tronco encefalico e nel cervelletto, regioni cerebrali critiche per il controllo delle funzioni vitali.
La correlazione tossicologica si articola su tre pilastri fondamentali che insieme delineano un meccanismo plausibile di neurotossicità. In primo luogo, la permeabilità della barriera emato-encefalica consente agli adiuvanti di raggiungere il sistema nervoso centrale a causa dell’incompiutezza delle giunzioni serrate neonatali. In secondo luogo, questi composti inducono danni neurodegenerativi sotto forma di cambiamenti strutturali e infiammatori cronici nel tessuto neuronale. In terzo luogo, in soggetti con vulnerabilità genetica o costituzionale nel controllo dei centri vitali, questi meccanismi possono scatenare esiti fatali che altrimenti non si verificherebbero.
Studi condotti da Zinka e colleghi su decessi post-esavalenti hanno evidenziato reperti peculiari che supportano questa ipotesi: un “edema cerebrale straordinario”, livelli elevati di triptasi e degranulazione dei mastociti con infiltrato di granulociti eosinofili, tutti suggerenti reazioni anafilattoidi sistemiche in corso al momento del decesso. Questi biomarcatori forniscono una base anatomopatologica per l’ipotesi di una risposta infiammatoria sistemica acuta come meccanismo terminale.
4.3 La Tossicità Sinergica e il Carico Vaccinale Multiplo
La pratica contemporanea di somministrare molteplici antigeni in un’unica sessione vaccinale rappresenta un aspetto critico della farmacologia contemporanea che merita un’analisi approfondita. Vaccini combinati come l’esavalente, somministrato contemporaneamente a vaccini contro pneumococco e rotavirus, creano un potenziale carico tossico cumulativo che può teoricamente eccedere la soglia di tolleranza immunologica del lattante.
L’analisi condotta da Miller e Goldman ha dimostrato una correlazione lineare quasi perfetta, con un coefficiente di determinazione r² pari a 0,98, tra il numero di dosi vaccinali somministrate e i tassi di mortalità infantile nei paesi sviluppati. Sebbene questa correlazione non dimostri causalità, essa solleva interrogativi legittimi sulla sicurezza delle pratiche vaccinali multiple che richiederebbero indagini più approfondite.
Un elemento forense di particolare rilievo emerge dall’analisi delle segnalazioni VAERS: l’86,2% dei decessi infantili segnalati riguardava bambini che avevano ricevuto vaccini multipli simultaneamente. Questo dato, pur non essendo probante di per sé, suggerisce una potenziale sinergia tossicologica che merita attenzione investigativa. In sub-analisi cliniche relative a specifici vaccini, come il Rotarix, è stato osservato un aumento statisticamente significativo dei decessi per polmonite (p=0,04) nei gruppi vaccinati rispetto ai controlli. Questi decessi vengono sistematicamente classificati sotto codici respiratori, occultando la possibile correlazione con il vaccino che, riducendo l’infezione naturale, potrebbe alterare la protezione crociata contro altre patologie respiratorie.
4.4 Il Fattore Testosterone e la Predominanza Maschile
Un elemento aggiuntivo di vulnerabilità biologica emerge dall’osservazione epidemiologica della predominanza maschile nei decessi improvvisi infantili, con i maschi che rappresentano circa il 60% dei casi. La ricerca di Moscovis e colleghi ha proposto il “fattore testosterone” come spiegazione di questa asimmetria di genere. Secondo questa ipotesi, il testosterone ridurrebbe la capacità di risposta all’ipercapnia in presenza di un sistema serotoninergico già compromesso, rendendo i maschi biologicamente più vulnerabili agli insulti che interferiscono con i meccanismi di controllo respiratorio.
Questa vulnerabilità differenziale per sesso potrebbe spiegare almeno in parte l’osservazione che i maschi sembrano essere sovrarappresentati tra i decessi post-vaccinali, sebbene la letteratura scientifica su questo specifico aspetto rimanga limitata e le ipotesi proposte richiedano ulteriori verifiche empiriche.
4.5 La Giurisprudenza Scientifica: Il Caso J.B. vs. HHS
Un pilastro legale fondamentale per la comprensione della plausibilità biologica degli eventi avversi fatali risiede nella decisione giudiziaria J.B. vs. HHS, emessa dalla Court of Federal Claims degli Stati Uniti. Il Special Master Thomas L. Gowen ha stabilito, basandosi sullo standard della “preponderanza delle prove” (preponderance of the evidence), che le citochine stimolate dal vaccino hanno soppresso il sistema di risposta respiratoria nel neonato, causando il decesso.
Nel caso specifico, un neonato di 4 mesi era deceduto nel sonno il giorno dopo aver ricevuto sette vaccini in un’unica seduta. Il medico legale aveva inizialmente dichiarato la morte come “naturale”, ma la Corte Federale, esaminando le evidenze scientifiche, ha riconosciuto che il carico vaccinale ha stimolato una tempesta citochinica tale da sopprimere il sistema respiratorio del bambino. È stato formalmente riconosciuto che l’ablazione o l’inibizione dei neuroni della medullary raphé rappresenta il meccanismo attraverso cui uno stimolo estrinseco come la vaccinazione può trasformare una vulnerabilità latente in un evento terminale.
Questa decisione giudiziaria non costituisce una prova scientifica definitiva di causalità in senso stretto, ma rappresenta un riconoscimento legale formale che i meccanismi biologici ipotizzati dalla ricerca sono sufficientemente plausibili da soddisfare lo standard probatorio richiesto in un tribunale. Il fatto che un giudice federale abbia accettato l’ipotesi dei neuroni serotoninergici come base per un risarcimento per morte fornisce una legittimazione istituzionale a teorie che altrimenti verrebbero facilmente liquidate come speculative.

5. Casi Studio Internazionali e Analisi Comparativa
5.1 Il Modello Giapponese: Il Successo della Prudenza
L’esperienza del Giappone tra il 1970 e il 1981 offre una delle prove storiche più significative del legame tra età vaccinale e sopravvivenza infantile. Dopo aver documentato 37 morti improvvise potenzialmente correlate alla vaccinazione nel quinquennio precedente, le autorità sanitarie giapponesi decisero nel 1975 di elevare l’età minima per l’immunizzazione da 3 mesi a 24 mesi. Questa decisione rappresentò un cambio di paradigma radicale rispetto alle pratiche occidentali dell’epoca, che continuavano a raccomandare la vaccinazione precoce fin dai primi mesi di vita.
I risultati di questa politica di prudenza furono rivoluzionari e sono stati documentati in letteratura medica, incluso un articolo sulla rivista Pediatrics. Le richieste di indennizzo per morte post-vaccinale scesero da 37 in cinque anni a soli 3 nei sei anni successivi allo spostamento dell’età vaccinale, con un miglioramento del 90% nel tasso di mortalità specifica. Ancora più significativo, la categoria diagnostica della “morte improvvisa” scomparve letteralmente dalle statistiche una volta che la vaccinazione fu ritardata fino ai 2 anni di età. L’osservazione di Cherry e colleghi nel 1988 confermò questo dato dirimente: la categoria diagnostica “sudden death” scomparve quasi totalmente dopo l’elevazione dell’età vaccinale.
Questo caso studio giapponese dimostra che l’immaturità del sistema respiratorio e immunitario rappresenta il fattore di suscettibilità critico nei decessi infantili post-vaccinali. Quando la finestra vaccinale viene spostata oltre il periodo di massima vulnerabilità neurologica, la quasi totalità delle morti improvvisate sembra essere prevenibile. Questo dato dovrebbe stimolare una riflessione profonda sulle politiche vaccinali dei paesi occidentali, dove si continua a raccomandare la somministrazione di vaccini multipli già a partire dai 2-3 mesi di età.
5.2 L’Australia e il Monitoraggio “Cotwatch”
Gli studi condotti in Australia da Viera Scheibner e Karlsson rappresentano un contributo significativo alla comprensione degli effetti della vaccinazione sulla fisiologia respiratoria infantile. Questi ricercatori hanno utilizzato sofisticati sistemi di monitoraggio basati su microprocessori per misurare la cosiddetta “Densità di Apnea-Ipopnea Ponderata” (Weighted Apnea-Hypopnea Density, WAHD) nei neonati vaccinati rispetto ai non vaccinati.
I dati raccolti attraverso questo monitoraggio oggettivo e continuo hanno rivelato pattern respiratori post-vaccinali che rimanevano in uno stato di stress misurabile per un periodo fino a 6 settimane dopo la somministrazione. Questo dato è particolarmente significativo perché invalida la tesi della “coincidenza” temporale limitata a pochi giorni dalla vaccinazione. Se gli eventi avversi fossero puramente casuali, non ci si aspetterebbe di trovare alterazioni fisiologiche misurabili per settimane dopo l’esposizione. La persistenza di anomalie respiratorie per un periodo così esteso suggerisce invece una risposta biologica duratura alla stimolazione immunologica.
Il monitoraggio “Cotwatch” ha quindi fornito evidenze strumentali che supportano l’ipotesi di una vulnerabilità fisiologica prolungata dopo la vaccinazione, non limitata alle prime 24-48 ore ma estesa per settimane. Queste osservazioni hanno implicazioni importanti per la definizione delle finestre temporali di sorveglianza e per la comprensione dei meccanismi attraverso i quali la vaccinazione potrebbe contribuire a eventi fatali anche a distanza di tempo dall’inoculazione.
5.3 Le Comunità Aborigene: Il Ruolo dello Stress Immunologico e delle Carenze Nutrizionali
L’esperienza del dottor Archie Kalokerinos con le popolazioni aborigene australiane fornisce un ulteriore caso studio sulla vulnerabilità biologica differenziale agli effetti della vaccinazione. In queste comunità, caratterizzate da condizioni di malnutrizione e carenze vitaminiche, in particolare di vitamina C, la mortalità infantile raddoppiò in seguito alle campagne vaccinali di massa. Kalokerinos documentò come lo stress immunologico indotto dalla vaccinazione agisse come fattore precipitante per decessi improvvisi in soggetti già compromessi sul piano nutrizionale.
Di particolare interesse, i decessi osservati in queste comunità venivano sistematicamente classificati sotto diagnosi convenzionali come polmonite o gastroenterite, occultando la correlazione con la vaccinazione appena ricevuta. Questo pattern di occultamento diagnostico è coerente con le dinamiche descritte nelle sezioni precedenti relative al sistema ICD e alla riclassificazione degli eventi avversi.
L’esperienza aborigena suggerisce che la vulnerabilità ai potenziali effetti avversi della vaccinazione non è uniformemente distribuita nella popolazione, ma si concentra in sottogruppi con caratteristiche biologiche o nutrizionali specifiche. L’identificazione di questi fattori di vulnerabilità potrebbe consentire strategie di prevenzione mirate, come la supplementazione vitaminica o lo spostamento dell’età vaccinale in popolazioni a rischio, analogamente a quanto fatto dal Giappone a livello nazionale.
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6. Le Barriere Sistemiche alla Farmacovigilanza Trasparente
6.1 Il Fenomeno del “Diagnostic Shift”
L’analisi dei dati epidemiologici americani nel periodo 1999-2015 rivela un fenomeno sistematico di riclassificazione diagnostica che ha profonde implicazioni per la sorveglianza della sicurezza vaccinale. I dati mostrano una divergenza macroscopica tra le categorie diagnostiche che non può essere spiegata da cambiamenti reali nell’incidenza delle diverse condizioni.
Tabella 2: Trend delle Categorie Diagnostiche (1999-2015)
| Categoria Diagnostica | Variazione Percentuale | Impatto Forense/Statistico |
| SIDS (Sudden Infant Death Syndrome) | -35,8% | Successo statistico nominale |
| Soffocamento Accidentale (Bed/Suffocation) | +183,8% | Esplosione della riclassificazione accidentale |
| Cause Ignote o Non Specificate | In aumento | Compensazione del calo SIDS |
| Mortalità Post-Neonatale Totale | Stabile | Nessun reale miglioramento |
Le evidenze prodotte da Malloy e MacDorman rivelano che il 90% del calo dei casi di SIDS osservato statisticamente è puramente nominale, essendo stato compensato dalla riclassificazione dei decessi in altre categorie. Il coefficiente di correlazione di Spearman (r_s = -0,63) conferma un legame statisticamente significativo tra la diminuzione della SIDS e l’aumento della diagnosi di soffocamento involontario, indicando che questo spostamento non è casuale ma sistematico.
Le implicazioni di questo fenomeno sono gravissime sotto il profilo della salute pubblica. Il “lavaggio statistico” impedisce l’indagine su potenziali trigger sistemici degli eventi avversi, inclusa la stimolazione immunologica acuta. Quando un decesso viene classificato come soffocamento accidentale piuttosto che come SIDS, l’attenzione investigativa si sposta dalle possibili cause mediche al comportamento dei genitori, occultando qualsiasi correlazione con procedure sanitarie precedenti.
6.2 Le Tre Azioni di Offuscamento
Il fenomeno della riclassificazione non è casuale ma strutturale, risultando da tre azioni coordinate che hanno sistematicamente oscurato la reale entità della mortalità potenzialmente legata ai vaccini.
La prima azione di offuscamento è stata l’eliminazione del codice vaccinale dall’ICD. La rimozione della “vaccinazione profilattica” come causa di morte ufficiale nel 1979 ha reso burocraticamente impossibile correlare il decesso all’immunizzazione, costringendo i certificatori a scelte forzate tra categorie che non contemplano questa possibilità.
La seconda azione ha trasformato la SIDS in una “categoria contenitore”, una diagnosi di esclusione utilizzata come “wastebasket category” per coprire decessi che la medicina non vuole o non può altrimenti spiegare. Molti di questi decessi sono stati successivamente risarciti dal fondo VICP, suggerendo che il sistema di classificazione ICD e il sistema di compensazione operano secondo logiche incompatibili e persino contraddittorie.
La terza azione consiste nello spostamento massiccio verso il soffocamento accidentale. I decessi che un tempo sarebbero stati classificati come SIDS sono stati riclassificati sotto i codici ICD-10 W75-W84 relativi al soffocamento e alla strangolazione accidentale, impedendo un monitoraggio accurato dei segnali di sicurezza e rendendo invisibili eventuali correlazioni con lotti vaccinali specifici o pratiche immunologiche particolari.
7. Raccomandazioni Strategiche per una Farmacovigilanza Trasparente
7.1 Il Ripristino del Codice ICD
La prima e più urgente raccomandazione che emerge da questa analisi è il reinserimento immediato della “vaccinazione profilattica” come causa di morte ufficiale nella classificazione internazionale delle malattie. Questo intervento consentirebbe di ripristinare la tracciabilità degli eventi avversi fatali e di impedire il concealment statistico che attualmente oscura la reale incidenza di questi eventi.
L’eliminazione di questo codice nel 1979 ha creato un vuoto informativo che ha reso impossibile condurre una sorveglianza epidemiologica accurata della sicurezza vaccinale. Il suo ripristino rappresenterebbe un atto di onestà intellettuale che restituirebbe ai genitori il diritto di accedere a informazioni accurate sulla reale entità dei rischi associati all’immunizzazione.
7.2 Protocollo Necroscopico Obbligatorio e Indipendente
La seconda raccomandazione riguarda l’introduzione di un obbligo di autopsia per ogni decesso che occorra entro 30 giorni dalla vaccinazione. Questa procedura dovrebbe essere eseguita da esperti terzi, indipendenti rispetto al sistema sanitario che ha effettuato la vaccinazione, per garantire l’oggettività dell’indagine.
Il protocollo necroscopico dovrebbe includere specificamente l’analisi dell’edema cerebrale, la valutazione della permeabilità della barriera emato-encefalica, il dosaggio della triptasi come marcatore di degranulazione dei mastociti e lo studio istopatologico dei neuroni serotoninergici del tronco encefalico. Questi esami consentirebbero di identificare biomarcatori specifici di reazioni avverse sistemiche, superando la genericità diagnostica che attualmente caratterizza la classificazione dei decessi infantili improvvisi.
7.3 Trasparenza sui Lotti Vaccinali
La terza raccomandazione riguarda il divieto delle pratiche di frammentazione geografica dei lotti vaccinali. Come documentato nel caso del Tennessee, questa pratica consente di occultare cluster di eventi avversi associati a lotti specifici, privando i sistemi di sorveglianza della capacità di identificare tempestivamente lotti difettosi o eccessivamente reattogenici.
La trasparenza sulla distribuzione geografica dei lotti consentirebbe l’identificazione di eventuali “hot lots” attraverso i sistemi di sorveglianza territoriale, permettendo interventi tempestivi come il ritiro di lotti problematici prima che possano causare ulteriori danni.
8. Conclusioni: Verso una Nuova Etica della Farmacovigilanza
La presente analisi forense ha evidenziato che il sistema attuale di classificazione delle cause di morte infantili presenta lacune strutturali che impediscono una sorveglianza efficace della sicurezza vaccinale. L’eliminazione del codice ICD per la vaccinazione profilattica nel 1979, il fenomeno del “diagnostic shift” che ha riclassificato i decessi SIDS come soffocamenti accidentali, e le pratiche di frammentazione geografica dei lotti vaccinali hanno creato un sistema che, paradossalmente, sembra progettato per occultare piuttosto che per rivelare eventuali segnali di pericolo.
Le evidenze scientifiche esaminate, pur non costituendo prova di causalità universale, presentano una forza statistica e una plausibilità biologica che impongono una revisione urgente delle procedure di sorveglianza e dei calendari vaccinali precoci. La concentrazione del 78,3% dei decessi entro 7 giorni dalla vaccinazione, il picco statisticamente anomalo al secondo giorno post-inoculazione, e la scomparsa quasi totale della “morte improvvisa” quando l’età vaccinale viene spostata a 24 mesi nel modello giapponese sono tutti elementi che richiedono spiegazioni scientifiche più approfondite di quelle attualmente fornite.
Il consenso informato, pilastro fondamentale dell’etica medica contemporanea, non può esistere in assenza di dati accurati sulla reale incidenza degli eventi avversi. L’opacità del sistema attuale priva i genitori del diritto di valutare consapevolmente il rapporto rischio-beneficio delle procedure immunologiche, minando la fiducia nelle istituzioni sanitarie e alimentando quella che viene spesso liquidata come “esitazione vaccinale”, ma che potrebbe essere più accuratamente descritta come ragionevole richiesta di trasparenza.
La SIDS non può più essere considerata una categoria diagnostica residuale di default, un contenitore per decessi che la medicina non vuole o non può spiegare. Dal punto di vista forense, ogni morte improvvisa post-vaccinale deve essere indagata come un potenziale evento avverso sistemico, con protocolli necroscopici standardizzati, analisi dei biomarcatori e valutazione della plausibilità biologica. Solo attraverso questo approccio sarà possibile garantire che la salute pubblica non venga sacrificata sull’altare della conformità statistica.
La sfida che si pone alla comunità scientifica e ai decisori politici non è quella di negare o minimizzare le evidenze qui presentate, ma di affrontarle con il rigore e la trasparenza che la salute dei nostri bambini merita. Il modello giapponese dimostra che strategie alternative sono possibili e possono produrre risultati significativamente migliori in termini di mortalità infantile. L’auspicio è che questa analisi possa contribuire a un dibattito più informato e costruttivo sul futuro delle politiche vaccinali pediatriche.

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