Charles Lindsley : Una voce dall’interno dell’establishment medico

Nel dicembre 1881, il Professor Charles A. Lindsley, docente presso il Dipartimento di Medicina dello Yale College, redasse un rapporto ufficiale per il Consiglio di Stato per la Sanità del Connecticut.

Il documento, pubblicato a Hartford nel 1882, rappresenta una testimonianza di straordinario valore storico: non la critica di un oppositore della vaccinazione, ma l’analisi lucida e documentata di un sostenitore della pratica vaccinale che, proprio in virtù della sua posizione istituzionale, poteva permettersi di dire verità scomode.

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Ciò che rende questo testo particolarmente significativo è la sua provenienza.

Non si tratta delle denunce di un anti-vaccinatore — figura che Lindsley stesso menziona con disprezzo — ma delle ammissioni di uno scienziato inserito nel cuore dell’establishment medico americano.

Yale, nel 1882, era già una delle istituzioni accademiche più prestigiose degli Stati Uniti, e il Consiglio di Stato per la Sanità del Connecticut era un organismo governativo ufficiale.

Il rapporto Lindsley affronta con franchezza temi che, ancora oggi, risultano scomodi:

il progressivo deterioramento dell’efficacia vaccinale, le frodi commerciali nel mercato dei vaccini, i morti e i danneggiati da prodotti adulterati, e la questione mai risolta di chi debba controllare la qualità di ciò che viene iniettato nei corpi dei cittadini.

Una lettura che si intreccia con le testimonianze di altri autori del periodo — da Alfred Russel Wallace a Edgar Crookshank, da William Collins a Robert A. Gunn , a Henry Austin Martin — nel comporre un quadro storico che merita di essere conosciuto.

La promessa originaria di Jenner e il suo lento tradimento

Lindsley apre il suo rapporto con un omaggio a Edward Jenner, il medico inglese che nel 1798 annunciò al mondo che l’inoculazione del vaiolo bovino (vaccinia) nel soggetto umano costituiva «una protezione piena e sicura dal vaiolo». Lo scienziato di Yale non mette in discussione la grandezza della scoperta: «Probabilmente nessuna singola scoperta mai fatta dall’uomo ha contribuito tanto alla longevità umana», scrive. E aggiunge: «L’affermazione di Jenner che la vaccinazione sia in grado di sterminare il vaiolo e di cancellare dalla lista dei mali umani questo ripugnante contagio è ora stabilita dal verdetto della scienza».

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Eppure, proprio mentre celebra Jenner, Lindsley introduce il tema centrale del suo rapporto: qualcosa è andato storto. La promessa originaria non si è mantenuta. E il problema non risiede nella scoperta in sé, ma in ciò che ne è stato fatto nei decenni successivi.

Per comprendere la portata del problema, Lindsley invita il lettore a guardare indietro, ai tempi in cui il vaiolo era «uno dei più grandi flagelli dell’umanità». Le statistiche che presenta sono eloquenti: a Londra, nell’ultima metà del XVIII secolo, quasi un decimo di tutti i decessi era causato dal vaiolo. Un terzo delle morti infantili sotto i dieci anni derivava da questa sola malattia. In Francia, 30.000 persone perivano ogni anno. A Berlino, tra il 1783 e il 1799, il vaiolo causava un dodicesimo della mortalità totale.

Lindsley cita Macaulay, che definì il vaiolo «il più terribile di tutti i ministri della morte»: una malattia che «riempiva i cimiteri di cadaveri, lasciando in coloro le cui vite risparmiava le orribili tracce del suo potere, trasformando il neonato in un essere mostruoso, al quale la madre inorridiva, e rendendo gli occhi e le guance della fidanzata oggetti di orrore per l’amante».

È contro questo sfondo di orrore che la vaccinazione apparve come una benedizione. E nei primi anni, sembrò mantenere le promesse.

L’età dell’oro: i primi vent’anni di vaccinazione

Lindsley documenta con precisione ciò che accadde nei primi decenni dopo la scoperta di Jenner. I dati che presenta meritano attenzione, perché costituiscono il termine di paragone con cui misurare il successivo declino.

Nel 1802, a soli quattro anni dall’annuncio di Jenner, un comitato della Camera dei Comuni britannica fu incaricato di indagare sui meriti della scoperta per stabilire se l’inventore meritasse una ricompensa nazionale. Dopo aver ascoltato tutte le obiezioni degli oppositori della vaccinazione — che già allora esistevano — il comitato riuscì a identificare solo due casi in cui il vaiolo si era verificato dopo una vaccinazione correttamente eseguita.

Nel 1806, il Consiglio Medico del Royal Jennerian Institute ammise l’esistenza del vaiolo post-vaccinale, ma lo dichiarò «molto raro» e «generalmente così lieve da perdere alcuni dei suoi segni caratteristici, e persino da rendere dubbia la sua esistenza».

Nel 1811, tredici anni dopo l’inizio della vaccinazione, l’Istituzione Nazionale del Vaccino pubblicò un rapporto in cui affermava che, «da quando la pratica era stata pienamente stabilita, nessun decesso per vaiolo fosse in alcun caso avvenuto dopo la vaccinazione». Tredici anni, e ancora nessun morto tra i vaccinati.

Le statistiche internazionali confermavano questi risultati. A Copenhagen, città di oltre 100.000 abitanti dove la vaccinazione era universalmente praticata, non fu registrato un solo decesso per vaiolo nei tredici anni tra il 1811 e il 1825. Ad Ansbach, in Baviera, con 300.000 abitanti completamente vaccinati, nessun decesso per vaiolo nei nove anni tra il 1810 e il 1818. In Francia, tra il 1804 e il 1813, oltre due milioni e mezzo di persone furono vaccinate, e solo sette di esse contrassero il vaiolo.

Lindsley sottolinea un punto cruciale: questi risultati non passarono inosservati. Gli anti-vaccinisti dell’epoca — più numerosi, sostiene, di quelli del 1882 — osservavano con attenzione ogni possibile fallimento.

Se i fallimenti fossero stati frequenti, li avrebbero certamente documentati e denunciati. Il fatto che non lo fecero dimostra, secondo Lindsley, che i fallimenti semplicemente non esistevano, o erano così rari da sfuggire all’osservazione.

Il declino: quando i numeri iniziarono a cambiare

È a questo punto che il rapporto Lindsley assume i toni di una vera e propria indagine. Se nei primi vent’anni la vaccinazione sembrava quasi infallibile, cosa accadde dopo? I dati che lo scienziato di Yale presenta sono inequivocabili.

«Non fu finché la vaccinazione non fu praticata per quindici o vent’anni che il vaiolo post-vaccinale divenne affatto comune o frequentemente fatale», scrive Lindsley. «Da allora, tuttavia, la frequenza del vaiolo post-vaccinale è stata costantemente e regolarmente in aumento ovunque fosse impiegato il virus vaccinale a lunga umanizzazione».

Le cifre parlano da sole. In Francia, dal 1819 al 1835, furono registrati 5.467 casi di vaiolo dopo la vaccinazione, di cui 51 fatali. In Svizzera, tra il 1822 e il 1832, 4.211 casi con 92 decessi. A Copenhagen, tra il 1825 e il 1835, si verificarono 3.093 casi post-vaccinali e 66 morti. All’Ospedale del Vaiolo di Londra, tra il 1826 e il 1835, 915 casi e 54 morti.

Il tasso di mortalità tra i vaccinati che contraevano comunque il vaiolo passò da una frazione dell’1% nel periodo precedente al 1820 a quasi il 2% nel periodo 1819-1835. E la tendenza continuò inarrestabile.

Lindsley cita i registri accuratamente tenuti dal Dr. Marson dell’Ospedale del Vaiolo di Londra. Dal 1836 al 1852, la mortalità dei casi post-vaccinali salì al 6,9%. Dal 1852 al 1867 raggiunse il 7,6%. E nell’ultimo decennio disponibile, 1870-1879, si attestò al 9,2% — con 15.000 casi registrati.

A Londra, durante il decennio 1870-79, su ogni milione di abitanti 4.779 morirono di vaiolo. Di questi, oltre il 37% erano persone che erano state vaccinate. I dati del Registrar-General mostravano che oltre 1.800 morti per vaiolo post-vaccinale si verificavano ogni milione di persone vaccinate, e poiché solo un caso su dieci era fatale, ciò significava 18.000 malati di vaiolo ogni milione di vaccinati.

«Qualunque visione delle statistiche della vaccinazione, praticata con virus a lunga umanizzazione, si possa prendere», conclude Lindsley, «la conclusione è irresistibile: che quanto più precoce il periodo nell’uso della vaccinazione, tanto minore era il tasso di mortalità, e quanto più tardo il periodo tanto maggiore diventa. Da una frazione dell’uno per cento prima del 1820, ha raggiunto quasi il 10 per cento nel 1880».

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La causa: la degenerazione del vaccino umanizzato

Lindsley identifica con precisione la causa di questo declino: la pratica di trasmettere il vaccino da essere umano a essere umano, anziché rinnovarlo periodicamente dalla fonte originale, il bovino.

Jenner aveva effettuato le sue prime vaccinazioni con linfa prelevata direttamente dalle lesioni del vaiolo bovino naturale. Ma una volta inoculata l’umanità con la malattia, il prodotto di quell’inoculazione fu usato per vaccinare altri soggetti umani, e così via, «attraverso migliaia e centinaia di migliaia di esseri umani dal tempo di Jenner fino al presente».

Jenner stesso credeva che la linfa vaccinale umanizzata non perdesse efficacia per trasmissione attraverso il corpo umano. Molti medici del 1882 condividevano ancora questa credenza. Ma Lindsley la considera smentita dai fatti.

L’Istituzione Nazionale del Vaccino d’Inghilterra aveva mantenuto dal tempo di Jenner lo stesso «stock» di vaccino, trasmettendolo di persona in persona senza mai rinnovarlo dalla fonte bovina. Questo permetteva un confronto diretto: gli stessi vaccini, usati per ottant’anni, con risultati progressivamente peggiori.

«La conclusione più legittima dalla storia precedente della vaccinazione», scrive Lindsley, «è che la linfa vaccinale a lunga umanizzazione si deteriora gradualmente; che il virus ottenuto direttamente dalla mucca o dalla giovenca è di gran lunga più protettivo di quello che è stato trasmesso da ripetute inoculazioni attraverso sistemi umani successivi per ottant’anni; che minori sono i passaggi dalla fonte originale, più protettivo è».

Le differenze non erano solo statistiche, ma visibili a occhio nudo. Con il vaccino umanizzato «Jenneriano», l’areola (l’alone infiammatorio attorno al punto di inoculazione) appariva alla fine del settimo o all’inizio dell’ottavo giorno. Con il vaccino bovino fresco, non prima della fine del nono o dell’inizio del decimo giorno. L’intero decorso della malattia vaccinale era più breve con il vaccino umanizzato — segno, secondo Lindsley, di una reazione più debole e quindi di una protezione inferiore.

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Lo stock Beaugency: la rinascita del vaccino bovino

Il rapporto Lindsley documenta un momento cruciale nella storia della vaccinazione americana: l’importazione dello «stock Beaugency» nel settembre 1870.

Il 26 aprile 1866, a Beaugency, vicino a Orléans in Francia, fu scoperto un caso di vaiolo bovino spontaneo in una mucca da latte. Da questa mucca ne fu inoculata un’altra, e poi un’altra ancora, in successione ininterrotta. Questo «stock» rappresentava il vaccino nella sua forma più pura: derivato direttamente dalla malattia naturale del bovino, senza passaggi attraverso il corpo umano.

La guerra franco-prussiana interruppe la successione in Francia. Ma nel settembre 1870, attraverso «l’impresa filantropica e l’energia» del Dr. Henry A. Martin di Boston, parte di questo virus fu portato in America da un messaggero speciale. Il virus che Martin ricevette proveniva dal 258°, 259° e 260° animale della serie dalla mucca originale di Beaugency.

Martin e successivamente suo figlio perpetuarono lo stock ininterrottamente. «Tutti gli altri produttori di virus bovino in questo paese», nota Lindsley, «hanno il loro stock dal Dr. Martin, Senior o Junior».

I risultati del vaccino bovino erano radicalmente diversi da quelli del vaccino umanizzato. Il Dr. J. L. Meares, ufficiale sanitario di San Francisco, riferiva che il virus bovino (stock Beaugency) era stato usato esclusivamente dal suo dipartimento per cinque anni, con oltre 80.000 vaccinazioni. «Devo ancora vedere un caso di variola o varioloide dopo una vaccinazione riuscita con virus bovino», scriveva.

Ancora più impressionante la testimonianza del Dr. E. Warlomont, Direttore dell’Istituzione Statale di Vaccinazione a Bruxelles. Su oltre 10.000 persone vaccinate con vaccino animale tra il 1869 e il 1870, «non un caso fu, a mia conoscenza, attaccato dall’epidemia che terrorizzò il mondo nel 1870 e 1871» — riferendosi alla devastante epidemia di vaiolo che accompagnò la guerra franco-prussiana.

Nel 1878, Warlomont lanciò un appello pubblico ai colleghi dell’Académie Royale de Médecine del Belgio, chiedendo se qualcuno avesse osservato casi di vaiolo post-vaccinale dopo vaccinazione con virus bovino. Nel 1881 scriveva: «Questo appello non ha ancora mai ricevuto risposta, e tale silenzio è la testimonianza più eloquente a favore del metodo che avrei potuto desiderare».

Erisipela e sifilide: i rischi del vaccino umanizzato

Oltre alla minore efficacia protettiva, il vaccino umanizzato portava con sé rischi specifici che il vaccino bovino non presentava. Lindsley dedica particolare attenzione a due di essi: l’erisipela e la sifilide.

L’erisipela — un’infezione batterica della pelle che può risultare fatale — era «la peste del virus umanizzato». Lindsley scrive che «l’occasionale verificarsi di erisipela dopo la vaccinazione con lo stock Jenneriano era un male che nessun grado di prudenza nella selezione del virus, studio delle influenze coincidenti o della condizione del soggetto, poteva del tutto evitare».

Il Dr. Martin di Boston aveva osservato personalmente il fenomeno. Nel 1872-73, rivaccinò circa 12.000 pazienti con virus bovino, e «non ci fu nemmeno un caso di erisipela tra tutti loro». Non aveva mai conosciuto un caso di erisipela che seguisse l’uso del virus bovino in qualsiasi momento.

Nel 1877, Martin si spinse oltre, annunciando pubblicamente nel Boston Medical and Surgical Journal che il virus bovino «non solo era esente dal rischio di causare erisipela, ma che era assolutamente profilattico dell’erisipela». In altre parole: proteggeva dall’erisipela.

Nel dicembre 1881, rispondendo a un’indagine di Lindsley, Martin confermava: «L’immunità dall’erisipela, sia durante il corso che dopo il corso della vaccinia indotta dall’uso del vero virus vaccino bovino […] è qualcosa accertato al di là di ogni dubbio o questione».

Quanto alla sifilide, Lindsley nota che «sebbene quei casi siano stati, tra i molti milioni di persone che sono state vaccinate, così estremamente rari che pochissimi sono stati ben autenticati, tuttavia abbastanza sono stati verificati per stabilire la possibilità di tali risultati dall’uso del virus umanizzato». Il vaccino bovino eliminava questo rischio alla radice: «i bovini non sono soggetti a quella malattia».

Questo tema della trasmissione della sifilide attraverso la vaccinazione braccio-a-braccio sarebbe stato ampiamente documentato negli anni successivi. Edgar Crookshank, nel suo monumentale “History and Pathology of Vaccination” del 1889, avrebbe dedicato intere sezioni a questo fenomeno. William Scott Tebb, in “A Century of Vaccination” (1898), avrebbe compilato elenchi dettagliati di casi accertati. Ma già nel 1882, Lindsley riconosceva il problema — pur minimizzandone la frequenza — come argomento a favore del vaccino bovino.

La frode: i «coni di linfa solida brevettati»

La sezione più esplosiva del rapporto Lindsley riguarda le frodi commerciali nel mercato dei vaccini. Lo scienziato di Yale denuncia apertamente un prodotto specifico — i «Coni di Linfa Solida Brevettati» della New England Vaccine Company — con un linguaggio che non lascia spazio a equivoci.

Le affermazioni pubblicitarie della compagnia erano straordinarie: i coni venivano descritti come «consolidati» e come «linfa solida resa una massa spessa», «interamente privi di qualsiasi traccia di pus, detriti o epidermide». Lindsley fa notare che queste affermazioni erano «così in disaccordo con i fatti reali […] che sembrerebbe essere entro le linee del dovere legittimo e appropriato del Consiglio di Stato per la Sanità mettere apertamente in guardia i cittadini dello Stato riguardo al loro carattere fraudolento e pericoloso».

Lindsley cita esperti che avevano calcolato l’impossibilità fisica delle affermazioni della compagnia: «se ogni particella delle piccole lacrime di linfa secca che potrebbero essere ottenute da duecento giovenche potesse essere accuratamente raccolta, non sarebbe abbastanza per fare un “cono solido” della dimensione pubblicizzata […] da vendere per tre dollari».

Ma Lindsley non si accontenta di calcoli teorici. Sottopone uno dei coni all’esame microscopico del Dr. T. Mitchell Prudden, Direttore del Laboratorio di Fisiologia e Patologia del College of Physicians and Surgeons di New York, nonché Docente di Istologia Normale a Yale. Il rapporto di Prudden è devastante:

«La massa consiste in gran parte di ammassi più grandi e più piccoli di cellule epiteliali e detriti cellulari, insieme a un gran numero di peli, alcuni spezzati e altri strappati dalle radici. Oltre a queste cose ci sono frammenti di sostanze vegetali di vario tipo, fibre, pezzetti di semi, ecc., brandelli di fibre di tessuto connettivo, granuli di amido, e considerevole materiale amorfo colorato di cui non sono in grado di determinare la natura. […] Da circa metà del singolo cono ho estratto settantaquattro frammenti di pelo che erano facilmente visibili a occhio nudo».

Il commento di Lindsley è sarcastico: «Tale è la miserabile miscela che il brevettatore offre al pubblico come “linfa solida”. Sembra essere costruita sulla stessa idea con cui i muratori fanno la malta, per essere tenuta insieme con i peli».

Ma le conseguenze non erano oggetto di riso. Lindsley documenta il caso di un ufficiale della Marina degli Stati Uniti, il Capo Ingegnere Whittaker, morto dopo essere stato vaccinato con uno di questi coni. Il giornale medico della nave registrava giorno per giorno il decorso: infiammazione erisipelatosa che si estendeva dal gomito alla spalla, flittene sulla superficie della pelle, peggioramento costante, morte alle dieci di sera del 10 marzo. Il chirurgo annotava che «la Powhatan che giaceva vicino a noi ebbe un […] caso fatale alcune settimane fa».

Il problema sistemico: chi controlla i controllori?

Lindsley non si limita a denunciare singoli prodotti fraudolenti. Il suo rapporto solleva una questione più ampia: chi dovrebbe garantire la qualità dei vaccini?

«L’attività di produzione del virus bovino è stata intrapresa in questo paese da una schiera di persone», scrive, «alcune delle quali hanno più intraprendenza che abilità o conoscenza dell’argomento, e spesso con un fiuto così acuto per i profitti pecuniari che la loro integrità morale non forma alcun ostacolo al mettere in pericolo la salute pubblica, se i loro guadagni possono essere così aumentati».

La coltivazione del vaccino, sostiene Lindsley, «può essere giustamente considerata un’attività specializzata, che richiede per il successo una misura generosa di formazione, esperienza, giudizio e conoscenza». Non è «un mero affare manifatturiero, in cui il successo dipende dall’ottenere i maggiori rendimenti dal più piccolo esborso». Non è «una vocazione commerciale in cui un astuto osservatore può superare i suoi concorrenti comprando e vendendo con giudizioso riferimento alle fluttuazioni del mercato».

Ma questo è esattamente ciò che era diventato. E i medici stessi erano complici: «fintanto che i medici trascureranno colpevolmente di informarsi pienamente sulla fonte e la qualità del virus che usano sui loro pazienti, e si affideranno a farmacisti, fabbricanti di strumenti e commercianti di ogni sorta, che, attraverso le loro facilitazioni per la pubblicità, possono offrire loro virus ai tassi più economici».

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Lindsley cita il Dr. Elisha Harris: «Quella che si chiama vaccinazione è, in un vasto numero di persone negli Stati Uniti, solo tale di nome, e non in realtà». E il signor Marson, riguardo alla situazione in Inghilterra: «Tutte le persone, dilettanti, farmacisti, vecchie donne, levatrici, ecc., sono autorizzati a vaccinare in qualsiasi modo possano ritenere appropriato, e le persone operate sono considerate essere state vaccinate».

La soluzione proposta da Lindsley è radicale: il controllo statale della produzione vaccinale. Cita il Dr. W. M. Welch, medico dell’Ospedale Municipale del Vaiolo di Filadelfia: «Per una migliore protezione contro una malattia pestilenziale che è costantemente ricorrente […] la propagazione di linfa animale di qualità perfetta è di così grande importanza per il pubblico che non dovrebbe essere lasciata unicamente all’impresa privata, né degradata al livello di un commercio commerciale, ma dovrebbe essere sotto il controllo del governo nazionale o statale, così che linfa di qualità indubbiamente buona possa sempre essere ottenuta gratuitamente».

La questione irrisolta: vaccinazione primaria e rivaccinazione

Il rapporto Lindsley affronta anche la questione pratica di quando e quanto vaccinare. Le sue raccomandazioni riflettono le contraddizioni intrinseche del sistema vaccinale dell’epoca.

Sulla vaccinazione primaria, Lindsley raccomanda di vaccinare i neonati tra i tre e i quattro mesi di età, prima dell’inizio della dentizione. Se questo periodo viene mancato, meglio attendere che la dentizione sia in gran parte conclusa — prolungando però pericolosamente il periodo di vulnerabilità. «Le statistiche dell’Inghilterra mostrano che un quarto di tutti i casi fatali sono di bambini sotto un anno di età», nota.

Sulla rivaccinazione, la posizione di Lindsley è significativa. Con il vaccino bovino, sostiene, «una vaccinazione primaria nell’infanzia e una rivaccinazione alla pubertà è tutto ciò che è richiesto» — e questa rivaccinazione «sarà protettiva per il resto della vita».

Ma con il vaccino umanizzato Jenneriano, «le rivaccinazioni dovrebbero essere fatte così spesso come ogni cinque-dieci anni, e specialmente ogni volta che un’epidemia di vaiolo sta prevalendo». In altre parole: il vaccino umanizzato richiedeva rivaccinazioni multiple perché la sua protezione si esauriva rapidamente.

Lindsley dedica particolare attenzione al problema delle vaccinazioni «spurie» — quelle che apparentemente «prendevano» ma non conferivano reale protezione. «Un gran numero di persone sono vaccinate solo di nome e non in realtà», scrive. E una vaccinazione primaria imperfetta era «una grande disgrazia», perché spesso impediva il successo di successive rivaccinazioni: il sistema immunitario reagiva abbastanza da bloccare nuove vaccinazioni, ma non abbastanza da conferire protezione.

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Il Dr. Marson aveva dimostrato che la mortalità nel vaiolo post-vaccinale era direttamente correlata al numero e alla qualità delle cicatrici vaccinali. Con una sola cicatrice, moriva oltre il 9% dei casi. Con due, il 6%. Con tre, il 3,5%. Con quattro o più, solo l’1%. E i pazienti con cicatrici «buone» morivano in numero dimezzato rispetto a quelli con cicatrici «mediocri».

Il contesto: voci concordanti da entrambe le sponde dell’Atlantico

Il rapporto Lindsley non era una voce isolata. Si inseriva in un dibattito internazionale che stava mettendo in discussione decenni di certezze vaccinali.

In Inghilterra, la Commissione Reale sulla Vaccinazione aveva iniziato i suoi lavori nel 1889 e avrebbe concluso nel 1896 con un Rapporto di Minoranza firmato da due commissari — tra cui il sanitarista John Picton — che documentava in dettaglio i fallimenti della vaccinazione obbligatoria. Alfred Russel Wallace, co-scopritore della teoria dell’evoluzione, aveva pubblicato nel 1885 un articolo intitolato “Forty-Five Years of Registration Statistics, Proving Vaccination to be both Useless and Dangerous”, ampliato nel 1898 in un volume di oltre 300 pagine.

Edgar Crookshank, Professore di Batteriologia Comparata al King’s College di Londra, avrebbe pubblicato nel 1889 i due volumi di “History and Pathology of Vaccination”, in cui dimostrava tra l’altro che il vaccino in uso non derivava affatto dal vaiolo bovino originale, ma da fonti diverse e spesso dubbie. William Scott Tebb, in “A Century of Vaccination and What It Teaches” (1898), avrebbe compilato un catalogo ragionato di disastri vaccinali, epidemie tra popolazioni completamente vaccinate, e casi di trasmissione di malattie attraverso la vaccinazione.

In Italia, già nel 1866 il Dr. Joseph-Emery Coderre di Montreal aveva pubblicato la sua “Vaccination: Étude Critique”, mentre in Inghilterra William Collins, John Gibbs e altri producevano pamphlet e trattati che denunciavano i fallimenti della vaccinazione.

Il rapporto Lindsley del 1882 si colloca in questo contesto come testimonianza particolarmente preziosa, provenendo da un sostenitore della vaccinazione inserito nell’establishment medico americano. Le sue ammissioni sui fallimenti del vaccino umanizzato, sulle frodi commerciali, sui morti evitabili, non potevano essere liquidate come propaganda anti-vaccinista.

Conclusioni: le lezioni di un rapporto dimenticato

Il rapporto Lindsley si conclude con cinque punti che meritano di essere citati integralmente, perché rappresentano la posizione «ufficiale» di uno scienziato di Yale nel 1882:

«1. Che la vaccinia prodotta dalla corretta inoculazione del virus vaccinale protegge il soggetto quanto un attacco di vaiolo.»

«2. Che ovunque siano applicate leggi obbligatorie, la protezione offerta dalla vaccinazione è soddisfacentemente dimostrata.»

«3. Che tra i due tipi di virus vaccinale ora in uso, cioè il bovino e l’umanizzato, il bovino è da preferire: (a) Perché è pienamente protettivo, mentre l’umanizzato perde gradualmente il suo potere protettivo per frequenti trasmissioni attraverso il sistema umano. (b) Perché il bovino è esente dal rischio di comunicare altre malattie oltre alla vaccinia, mentre il virus umanizzato è suscettibile di produrre erisipela, e in rari casi ha trasmesso il veleno della sifilide.»

«4. Che la vasta importanza di questo argomento, poiché riguarda il benessere pubblico, forza l’indagine se i migliori interessi delle comunità non richiedano che una fornitura di virus bovino genuino e affidabile debba sempre essere fornita da produttori esperti, sotto la direzione ufficiale dei governi statale o nazionale.»

«5. Che una vaccinazione primaria infantile con buon virus bovino è pienamente protettiva fino all’età della pubertà, e che una rivaccinazione a o intorno a quel tempo, che risulti in qualsiasi effetto vaccinale percettibile, sarà protettiva per il resto della vita.»

Queste conclusioni, lette oggi, sollevano interrogativi che vanno oltre il contesto storico specifico. Se già nel 1882 era evidente che la qualità del vaccino dipendeva criticamente dalla sua origine e dal metodo di produzione; se già allora si documentavano frodi commerciali, prodotti adulterati, morti evitabili; se già allora si invocava il controllo statale sulla produzione — cosa è cambiato nei centoquaranta anni successivi?

Il rapporto Lindsley rimane un documento di straordinario valore, non perché offra risposte definitive, ma perché pone domande che ogni generazione dovrebbe continuare a porsi: chi produce i vaccini? Con quali controlli? Nell’interesse di chi? E chi risponde quando qualcosa va storto?

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Bibliografia

• Lindsley, C. A. (1882). Vaccination. From the Report of the Secretary of State Board of Health, Hartford, Connecticut.

• Wallace, A. R. (1898). Vaccination a Delusion: Its Penal Enforcement a Crime. London: Swan Sonnenschein. Disponibile su: Internet Archive

• Crookshank, E. M. (1889). History and Pathology of Vaccination. 2 voll. London: H. K. Lewis. Disponibile su: Internet Archive (Vol. 1) e Internet Archive (Vol. 2)

• Tebb, W. S. (1898). A Century of Vaccination and What It Teaches. London: Swan Sonnenschein. Disponibile su: Internet Archive

• Collins, W. J. (1866). Have You Been Vaccinated, and What Protection Is It Against Small-Pox? London.

• Coderre, J. E. (1875). Vaccination: Étude Critique. Montréal.

• Royal Commission on Vaccination (1896). Final Report of the Royal Commission Appointed to Inquire into the Subject of Vaccination. London: HMSO.

• Macaulay, T. B. (1855). The History of England from the Accession of James the Second. Vol. IV. London: Longman.

• Martin, H. A. (1877). On Animal Vaccination. Boston Medical and Surgical Journal, febbraio 1877.

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