È stato appena pubblicato dal “Journal of Pharmacy and Pharmacology Research”, un articolo che racconta la storia delle terapie domiciliari COVID-19 in Italia, intitolato “The problem of home therapy during COVID-19 pandemic in Italy: Government guidelines versus freedom of cure?” (Il problema della terapia domiciliare durante la pandemia COVID-19 in Italia: Linee guida del governo contro libertà di cura?)



Autori: Paolo Bellavite, Serafino Fazio, Marco Cosentino, Franca Marino, Sergio Pandolfi, Elisabetta Zanolin

Riassunto
Dopo essere iniziata alla fine del 2019, la COVID-19 si è diffusa in tutto il mondo e l’Italia è stata una delle prime nazioni occidentali ad essere gravemente colpita. A quel tempo, sia il virus che la malattia erano poco conosciuti e non c’erano indicazioni per il trattamento secondo i criteri convenzionali della Medicina Basata sull’Evidenza.
Le linee guida del Ministero della Salute italiano affermavano che, a meno che la saturazione di ossigeno non scendesse al di sotto del 92%, non era necessario alcun trattamento farmacologico durante le prime 72 ore, se non su base puramente sintomatica, preferibilmente con paracetamolo. Come successivamente confermato, quel ritardo nell’intervento terapeutico potrebbe essere stato responsabile di numerosi ricoveri ospedalieri e di una letalità molto elevata (3,5%).
Per cercare di porre rimedio a questa situazione si sono formati diversi gruppi di volontari, riuscendo a curare prontamente migliaia di pazienti a casa con farmaci antinfiammatori non steroidei e una varietà di farmaci riproposti (principalmente idrossiclorochina, ivermectina) e integratori (come antiossidanti, polifenoli e vitamina D). Sebbene non documentati da alcuno studio randomizzato controllato, questi approcci erano comunque basati sulle migliori evidenze disponibili, miravano ad affrontare bisogni di salute importanti altrimenti insoddisfatti e, secondo alcuni studi osservazionali retrospettivi e l’esperienza clinica di molti medici, producevano una significativa riduzione dei ricoveri, della durata dei sintomi e un completo recupero dalla malattia, se confrontati con i trattamenti diversi e tardivi.


Un tempestivo confronto, con una discussione chiara e aperta tra le Istituzioni sanitarie e i suddetti gruppi di medici volontari, potrebbe chiarire gli approcci più efficaci per ridurre il numero dei ricoveri e la letalità di questa malattia.

Qui l’articolo 👇

https://www.fortunejournals.com/abstract/the-problem-of-home-therapy-during-covid19-pandemic-in-italy-government-guidelines-versus-freedom-of-cure-3380.html


Conclusioni

L’approccio italiano alla pandemia da parte delle istituzioni sanitarie pubbliche ha rivelato notevoli carenze e si è rivelato in parte erroneo, sulla base dei contenuti di questo articolo, con gli errori più evidenti, a nostro avviso, essendo:
– la decisione di affrontare solo la pandemia attraverso lo sviluppo di vaccini basati su tecnologie nuove e sperimentali, con informazioni insufficienti sulla durata della loro efficacia e sulla loro sicurezza a medio e lungo termine;
– l’emanazione di linee guida che dissuadano i medici dall’adozione di terapie domiciliari precoci guidate dalla scienza e dalla coscienza, utilizzando i farmaci ritenuti più appropriati per ciascun paziente;
– la decisione di raccomandare fortemente la “vigile attesa” e i soli farmaci sintomatici, in particolare il paracetamolo, arrivando a sanzionare i medici che non hanno rispettato le raccomandazioni ufficiali;
– il rifiuto di entrare in qualsiasi forma di dialogo con i medici che hanno prontamente curato a domicilio migliaia e migliaia di pazienti, riducendo enormemente il numero dei ricoveri.

Questa gestione inefficiente della pandemia può essere vista come uno dei fattori per cui l’Italia è tra i Paesi con il maggior numero di ricoveri e decessi per COVID-19.

Guardando al futuro, è necessario adottare un approccio molto più aperto e flessibile, avviando studi sistematici e comparativi tra i diversi protocolli emersi dall’esperienza dei medici che lavorano al letto del paziente o attraverso la telemedicina nelle prime fasi della malattia. Poiché la prevenzione vaccinale e il trattamento precoce non sono alternative, sarebbe necessario, nel prossimo futuro, destinare risorse alla ricerca sistematica e paziente dei vari approcci terapeutici che hanno mostrato risultati promettenti, senza concentrarsi solo sui farmaci antivirali nella convinzione che possono costituire un “proiettile d’argento” in grado di curare la malattia in ogni caso. Affidarsi solo a “big pharma”, che è impegnata nella ricerca di antivirali di nuova generazione, potrebbe rivelarsi l’ennesimo grave errore di fronte a una malattia complessa come il COVID-19.

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