Respinta la candidatura di Călin Georgescu per le presidenziali di maggio 2025, con motivazioni poco chiare e trasparenti.
Già il 6 dicembre 2024, la Corte Costituzionale aveva annullato le elezioni di novembre, vinte al primo turno da Georgescu con il 23% dei voti.
La sentenza si basava su documenti dei servizi segreti rumeni (SRI), che parlavano di una campagna online su TikTok attribuita a interferenze russe, accuse senza prove definitive in tribunale.
I sondaggi recenti lo davano al 45%, segno di un sostegno popolare che riflette il malcontento verso l’establishment rumeno.
Eppure, Georgescu viene escluso: nessuna condanna, solo rapporti interni e giustificazioni vaghe, che sembrano tecnicismi burocratici per mascherare possibili abusi e “un colpo al cuore della democrazia in Europa”. Il sospetto?
Forze interne o esterne (coalizioni pro-UE o NATO) vogliono bloccare un candidato anti-occidentale e filorusso in un Paese strategico come la Romania, vicina all’Ucraina e membro UE/NATO, in un momento storico delicato.
Le proteste a Bucarest, con scontri tra sostenitori di Georgescu e polizia, gridano “GOLPE”. Se l’elettorato si sente derubato del diritto di scegliere, la fiducia nelle istituzioni crolla, aprendo la strada a derive antisistema, un paradosso per chi dice di “proteggere la democrazia”. Un precedente minaccioso: chi decide chi è “pericoloso” per la democrazia?
E con quali prove?





