Tra violenze dei coloni, espropri e impunità, la Cisgiordania racconta una crisi umanitaria che non può essere ignorata. La testimonianza di Andrey X porta alla luce la quotidiana lotta delle comunità palestinesi per difendere la propria terra, la propria dignità e il diritto di vivere in pace.

di Piero Angelo de Ruvo

Ogni giorno, sulle colline aride della Cisgiordania, la sopravvivenza delle comunità palestinesi è appesa al filo di uno smartphone e alla presenza fisica di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte. Tra questi c’è Andrey Khrzhanovskiy, noto online come Andrey X, un giornalista e attivista ventottenne nato a San Pietroburgo e arrivato in Israele nel 2022, dove ha ottenuto la cittadinanza prima di trasferirsi nei Territori Occupati. Da oltre due anni, Andrey vive nei villaggi palestinesi spostandosi di casa in casa, utilizzando i suoi canali social — seguiti da oltre 1,5 milioni di persone — per documentare la sistematicità degli attacchi dei coloni e praticare la cosiddetta “presenza protettiva”: frapporsi fisicamente tra aggressori armati e contadini disarmati nella speranza che l’obiettivo della telecamera possa inibire la violenza. Svolgere questo lavoro significa vivere in un uno stato di minaccia costante. Andrey affronta minacce di morte quotidiane, aggressioni fisiche e intimidazioni da parte di coloni armati e forze di sicurezza. Ha subito colpi di bastone alla testa che gli hanno perforato un timpano presso la sorgente di Auja e, nell’ottobre 2026, la sua automobile è stata incendiata durante un assalto tra Deir Nidham e Al-Mughayyir. Non si contano le volte in cui gli sono state puntate armi da fuoco contro. A questo si aggiungono le continue ritorsioni giudiziarie e di polizia: fermato o arrestato una quindicina di volte, è stato persino detenuto in celle anguste insieme a estremisti kahanisti e coloni condannati per omicidio. Durante i periodi di custodia ha denunciato di essere stato percosso, privato di cibo e acqua e sottoposto a trasferimenti improvvisi tra vari tribunali senza che il suo avvocato venisse avvisato. Nonostante la consapevolezza dei rischi estremi che corre ogni giorno, Andrey continua a filmare.

L’escalation dei coloni e la copertura strategica dell’IDF

Ciò che la lente dello smartphone di Andrey cattura non sono episodi isolati, ma una strategia di espropriazione progressiva e violenta. Secondo i dati OCHA dell’ONU, la Cisgiordania registra una media di circa 180-190 attacchi di coloni al mese. Villaggi come Al-Mughayyir, Umm al-Khair a Masafer Yatta, Al-Farsiya nella Valle del Giordano e Taybeh subiscono incursioni costanti, con distruzione di piantagioni, furto di bestiame e incendi di abitazioni e automobili. Questa violenza non avviene nel vuoto, le testimonianze sul campo e i report d’inchiesta evidenziano una palese corresponsabilità tra i coloni e le forze di difesa israeliane (IDF). In molte occasioni, i soldati scortano i coloni mentre installano recinzioni abusive o bandiere su terreni privati palestinesi. Quando i residenti tentano di difendere la propria terra, la polizia e l’esercito intervengono dichiarando la zona “area militare chiusa”, congelando la situazione a favore dell’occupante e arrestando i contadini o gli attivisti che documentano gli abusi. A livello istituzionale, lo Stato d’Israele sostiene e finanzia apertamente queste dinamiche, erogando decine di milioni di shekel per i giovani degli avamposti e garantendo sussidi alimentari e scolarizzazione dedicata.

Il popolo degli ulivi: la dignità di chi vuole solo vivere in pace

Al centro di questa morsa tragica c’è la popolazione palestinese locale: pastori, agricoltori e famiglie che non hanno nulla a che fare con il terrorismo di Hamas e che chiedono unicamente di poter vivere in tranquillità sulla propria terra ancestrale. È una popolazione sfiancata che vede spezzare le vite dei propri giovani: come Omari, un diciannovenne di Al-Mughayyir diplomato a pieni voti e pronto a iscriversi all’università, ucciso da cecchini davanti alla propria casa durante un raid, o come Awdah Hathaleen, leader comunitario ucciso a Masafer Yatta. Oltre alla violenza fisica, i palestinesi subiscono un vero e proprio “apartheid energetico”. Nell’Area C, mentre le colonie israeliane adiacenti usufruiscono di ampi campi solari finanziati dallo Stato e collegati alla rete nazionale, alle comunità palestinesi viene negato l’allacciamento elettrico. Perfino i piccoli impianti solari di emergenza installati dalle ONG vengono sistematicamente distrutti dai coloni o demoliti dalle autorità militari.

L’immobilismo internazionale e la responsabilità dell’Italia

Di fronte alla gravità di quanto accade quotidianamente in Cisgiordania e al dramma che devasta la Striscia di Gaza, la risposta della diplomazia globale rimane tragicamente inadeguata. L’assenza di sanzioni efficaci e la prosecuzione delle relazioni commerciali permettono il consolidamento dell’impunità. In questo scenario, il silenzio dell’Italia e delle sue istituzioni appare particolarmente pesante, nonostante le denunce sui crimini di guerra e le violazioni del diritto internazionale umanitario, la mancanza di una presa di posizione forte e di azioni concrete rischia di trasformare l’indifferenza diplomazia in una silenziosa complicità di fronte all’imponente processo di pulizia etnica e al genocidio che continua a consumarsi sotto gli occhi del mondo. Finché la comunità internazionale continuerà a tollerare la violazione sistematica dei diritti umani fondamentali, la voce degli ulivi violati continuerà a gridare giustizia di fronte al muro di un’inaccettabile indifferenza.

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