
di Piero de RUVO
Il 4 maggio non è una semplice celebrazione militare. È, piuttosto, uno specchio attraverso cui l’Italia guarda sé stessa — e non sempre con la lucidità che servirebbe. La nascita del Regio Esercito nel 1861, voluta da Manfredo Fanti, segnò sì l’unificazione delle forze armate, ma anche l’avvio di un processo più complesso: quello di costruire un’identità nazionale laddove, fino a quel momento, esistevano solo frammenti di popolo.
In un Paese diviso da dialetti, povertà e analfabetismo, la caserma fu uno dei primi veri laboratori dell’italianità. Ma è lecito chiedersi a quale prezzo? Per milioni di giovani, spesso contadini, l’incontro con la “nazione” avvenne sotto la disciplina rigida e, soprattutto, sotto il peso di guerre che non avevano scelto. L’Esercito fu davvero il “cemento” dell’Italia, oppure uno strumento necessario ma doloroso di uniformazione?
La risposta si annida nelle storie, spesso dimenticate, di chi quella storia l’ha scritta con il proprio sangue. I cosiddetti “Fanti-contadini” — quasi la metà della forza mobilitata durante la Prima guerra mondiale — non furono eroi per vocazione, ma uomini trascinati in un conflitto che li superava. La vicenda della famiglia Varotto, con sei fratelli chiamati al fronte e uno, Riccardo, caduto sull’Isonzo nel 1917, non è un’eccezione, è la regola. È il volto umano di una retorica che troppo spesso ha trasformato persone in numeri.
Celebrare oggi l’Esercito Italiano significa confrontarsi anche con questa eredità scomoda, non basta evocare il coraggio; bisogna riconoscere il sacrificio nella sua interezza, senza edulcorarlo. Perché dietro ogni medaglia c’è una storia che raramente coincide con la gloria.
Eppure, sarebbe riduttivo fermarsi qui. L’Esercito di oggi non è più quello delle trincee fangose o delle cariche disperate, è una forza professionale, inserita in un contesto internazionale, impegnata in missioni sotto l’egida di organizzazioni come la NATO, l’Unione Europea e l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma anche qui si apre una domanda inevitabile, quanto queste missioni rappresentano davvero la difesa della pace, e quanto invece riflettono equilibri geopolitici più ampi, talvolta ambigui?
In più occasioni il ministro Guido Crosetto, ha definito l’Esercito un “baluardo insostituibile”, parole che suonano rassicuranti, ma ogni baluardo implica un confine, e ogni confine porta con sé tensioni, scelte politiche, responsabilità.
Forse, allora, il senso più autentico del 4 maggio non sta nella celebrazione, ma nella riflessione. Nei musei militari, come il Museo Storico della Fanteria o quello della Museo della Terza Armata, non si conserva soltanto la memoria delle battaglie, ma anche il peso delle decisioni che le hanno rese necessarie. È lì che la storia smette di essere retorica e torna a essere, semplicemente, umana.
Buon 4 maggio, dunque. Ma con una consapevolezza in più: ricordare non significa solo onorare, significa anche interrogarsi.


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