Il racconto di un conflitto incessante, dove le vite comuni diventano bersaglio e memoria spezzata.

di Piero De Ruvo (video di Samer Sweidan)

Sotto il fuoco dell’IDF, il Libano meridionale è intrappolato in una guerra che colpisce in modo sempre più diretto la popolazione civile. Le testimonianze raccolte restituiscono l’immagine di una devastazione diffusa che coinvolge abitazioni, squadre di soccorso e strutture sanitarie, delineando uno scenario in cui la violenza assume i tratti di una pressione generalizzata sulle comunità locali. Nei racconti di chi vive quotidianamente il conflitto, la narrazione supera il semplice resoconto dei fatti e diventa espressione di sopravvivenza. È in questo passaggio che emerge una realtà inquietante, la distinzione tra obiettivi militari e civili appare sempre più fragile, fino a risultare, in molti casi, irrilevante. Le operazioni militari dell’esercito israeliano stanno progressivamente trasformando aree abitate in spazi di distruzione continua, dove anche ciò che dovrebbe essere tutelato dal diritto internazionale e umanitario risulta sistematicamente esposto.

In questo contesto si inserisce anche quanto accaduto il 28 aprile 2026 a Majdal Zoun, nei pressi di Tiro. Cinque persone sono state uccise, ci racconta Rasha, tra cui tre membri della Protezione Civile libanese, impegnati in un’operazione di soccorso, mentre due soldati dell’esercito libanese, a garanzia della sicurezza degli operatori, sono rimasti feriti. Secondo le ricostruzioni, le squadre di emergenza erano intervenute per salvare i feriti di un primo bombardamento dell’IDF, quando un secondo attacco ha colpito direttamente i soccorritori intervenuti sul luogo. È la dinamica nota come “Double tap – doppio colpo”, una pratica terroristica che trasforma le operazioni di salvataggio in trappole mortali. La seconda esplosione è premeditata per colpire soccorritori, personale medico, giornalisti e civili che accorrono per aiutare le vittime del primo attacco, massimizzando così il numero di morti e feriti. Questa tattica, considerata un crimine di guerra secondo il diritto internazionale umanitario, mira a seminare il terrore, paralizzare i servizi di emergenza e distruggere le infrastrutture di soccorso. Il racconto del direttore del centro regionale di protezione civile di Tiro, Moussa Nasrallah, descrive una scena che chiarisce la portata dell’accaduto, “non è stato un errore, ma una sequenza che suggerisce intenzionalità e che solleva interrogativi ancora più gravi sulla condotta delle operazioni”. La testimonianza raccolta sul campo restituisce così un quadro coerente e drammatico, una quotidianità scandita da attacchi che colpiscono senza distinzione, e nonostante i Villaggi siano disabitati, vengono ugualmente rasi al suolo. I bambini scampati dai bombardamenti, avranno nei loro occhi solo le immagini della distruzione, mentre le famiglie sono costrette a vivere nell’incertezza costante di un’esplosione imminente. «Non esiste più un luogo sicuro», racconta al telefono un testimone, con voce segnata dalla stanchezza e dalla paura. «Ogni giorno è una lotta per restare vivi». Parole che sintetizzano il collasso della sicurezza pubblica, mentre le istituzioni, la presenza dei soldati dell’ONU e il diritto internazionale stesso sembrano incapaci di garantire quel minimo di protezione ai civili. L’episodio di Majdal Zoun si inserisce in un quadro più ampio in cui ambulanze, operatori sanitari e interventi di emergenza risultano sempre più esposti.  Gli ospedali, teoricamente protetti, non rappresentano più un rifugio per i malati, ma un obiettivo da colpire. Attacchi nelle loro vicinanze — e in alcuni casi diretti — stanno distruggendo ciò che resta del sistema sanitario libanese, il risultato è devastante, feriti senza cure, emergenze senza risposta, vite che si spengono anche lontano dalle esplosioni, stesso copione utilizzato a Gaza.

La conseguenza è una spirale di paura e sfiducia. Se nemmeno chi soccorre può operare in sicurezza, l’intero sistema collassa, la popolazione civile resta sola, esposta a una violenza senza argini. Eppure, accanto alla distruzione, emerge anche una dimensione di resistenza umana, le testimonianze raccolte raccontano di tentativi quotidiani di preservare dignità e normalità, nonostante il contesto. Il breve racconto al telefono non è solo una denuncia, ma una testimonianza di resistenza. Dietro ogni parola emergono volti, storie, tentativi disperati di mantenere una parvenza di normalità in un contesto che normale non è più. Questa realtà impone una riflessione più ampia, le guerre contemporanee si combattono dentro le comunità, nei luoghi della vita quotidiana, case, chiese, ospedali, scuole, e quando a pagare il prezzo più alto sono i civili, il conflitto smette di essere una questione strategica per diventare una crisi umanitaria. Eppure, sul piano internazionale, la reazione resta insufficiente, le condanne, quando arrivano, si dissolvono spesso in equilibri diplomatici che ne svuotano l’efficacia, riducendole a richiami formali, quasi paternalistici, un atteggiamento che finisce per banalizzare la gravità degli eventi e oscurare l’unico dato che dovrebbe restare centrale, il valore delle vite umane. Nel frattempo, sul terreno, nulla cambia. Tra le macerie, resta soltanto la resistenza umana, restano preghiere, invocazioni, frammenti di identità che cercano di opporsi all’annientamento.  «Allahumma Salli ala Muhammad wa Ali Muhammad», una preghiera, un atto di devozione per invocare benedizioni, che si leva tra il fumo e le macerie, come ultimo appiglio in un mondo che crolla. Ma la dimensione simbolica non ferma le bombe. Dal Libano meridionale emerge il ritratto di una guerra che ha perso ogni pretesa di proporzionalità, assumendo i tratti di una pressione sistematica su una popolazione intrappolata. Una guerra in cui i civili non sono più vittime collaterali, ma bersagli ricorrenti, e mentre il rumore delle esplosioni copre tutto, tra le macerie resta una domanda, semplice e devastante, quanto ancora può resistere una popolazione privata di tutto, persino del diritto a essere soccorsa? E quante vittime deve ottenere la comunità internazionale per far sentire la sua voce?

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