Il Dramma dei Suicidi nell’IDF
di Piero Angelo De Ruvo

Sotto le corazze d’acciaio e le divise equipaggiate con le più moderne tecnologie, si sta consumando una tragedia silenziosa che sta devastando l’esercito israeliano (IDF). Non si tratta di perdite sul campo di battaglia, ma di un’ondata senza precedenti di suicidi e traumi psicologici che colpisce i soldati al loro ritorno da Gaza.
È il fenomeno della “moral injury” (lesione morale), un risveglio della coscienza che avviene quando un individuo sente di aver violato i propri valori etici più profondi, o di aver partecipato a eventi che li hanno calpestati.
Il Peso della Colpa e la Visione dell’Orrore, sono queste le conseguenze che la guerra urbana a Gaza espone i soldati a una brutalità che molti non riescono a razionalizzare. Ahron Bregman, politologo e veterano dell’IDF, sottolinea come combattere in un contesto dove la stragrande maggioranza delle vittime sono donne e bambini renda il ritorno alla vita civile quasi insostenibile.
Per un soldato, baciare i propri figli prima di metterli a letto diventa un tormento dopo aver visto bambini morire sotto i propri colpi o sotto i cingoli dei bulldozer. Testimonianze dirette descrivono scene raccapriccianti.
Guy Zaken, un operatore di bulldozer D-9, ha testimoniato davanti alla Knesset di aver dovuto “schiacciare centinaia di terroristi, vivi e morti”.
L’impatto psicologico è tale che Zaken riferisce di non poter più mangiare carne, poiché l’odore e la vista gli ricordano i resti umani visti a Gaza. Molti soldati, inizialmente spinti da un forte sentimento di sfiducia verso tutti i palestinesi, vedono i loro atteggiamenti cambiare radicalmente quando si trovano faccia a faccia con la realtà dei civili sul campo.
Anche la storia di Eliran Mizrahi, un riservista di 40 anni e padre di quattro figli, è emblematica di questa crisi. Dopo 186 giorni, passati a guidare un bulldozer a Gaza, Mizrahi non è più stato lo stesso. Sua madre racconta che il figlio soffriva di insonnia, attacchi di rabbia e isolamento, ripetendo ossessivamente: “Nessuno può capire quello che ho visto”. Nonostante le terapie, Mizrahi non ha retto al peso di ciò che aveva compiuto e si è tolto la vita due giorni prima di dover tornare al fronte. Prima di morire, parlava di un “sangue invisibile” che sentiva uscire dal proprio corpo, un simbolo della ferita psichica che lo stava consumando.
Mentre il numero di soldati che ricorrono al suicidio aumenta, il governo e le istituzioni militari sembrano fare di tutto per nascondere l’entità del problema all’opinione pubblica.
Secondo rapporti di Haaretz, l’esercito sta deliberatamente occultando i dati relativi alle migliaia di soldati congedati per disturbi psichici. Le richieste di accesso a queste informazioni sono state ripetutamente respinte o ritardate, violando la legge sulla libertà di informazione.
I dati ufficiali, pur parziali, sono allarmanti, almeno 54 soldati si sono tolti la vita dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023, tra gennaio 2024 e luglio 2025 sono stati registrati 279 tentativi di suicidio, il tasso di suicidi tra i soldati combattenti è passato dal 42-45% del periodo 2017-2022 al 78% nel 2024. Nonostante queste cifre, il Ministero della Salute ha cercato di minimizzare il fenomeno, definendo i casi riportati come “incidenti isolati enfatizzati dai media”. Tuttavia, parlamentari come Ofer Cassif hanno denunciato apertamente la “mancanza di cooperazione e l’occultamento di informazioni” da parte del Ministero della Difesa e dell’esercito riguardo a questa crisi sanitaria e sociale.
Oltre 12.000 soldati sono stati inseriti in programmi di riabilitazione per disturbo da stress post-traumatico (PTSD) dall’inizio della guerra.
Un numero impressionante che testimonia come il conflitto non stia lasciando soltanto macerie nelle città e migliaia di vittime sul campo, ma stia producendo ferite profonde anche tra coloro che sono stati chiamati a combatterlo.
Secondo i dati disponibili, si tratta di una quota senza precedenti nella storia delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), segnale di un trauma collettivo destinato a protrarsi per anni. Molti veterani, soprattutto tra i riservisti, tornano a casa portando con sé un peso psicologico difficile da sopportare. Ai traumi del combattimento si aggiungono, in numerosi casi, il confronto con la distruzione, la morte di civili e le conseguenze delle operazioni militari condotte nei territori interessati dal conflitto.
Un fardello che il sistema sanitario israeliano, già sottoposto a una pressione straordinaria, fatica sempre più a gestire.
È qui che emerge quello che alcuni familiari dei caduti hanno definito il “proiettile invisibile”: una ferita che non si vede, ma che continua a colpire ogni giorno. Ansia, depressione, isolamento, dipendenze e pensieri suicidari diventano il volto nascosto della guerra, quello che raramente compare nei comunicati ufficiali o nelle immagini diffuse dalla propaganda. Mentre la retorica della vittoria e della sicurezza domina il discorso pubblico, cresce il numero di uomini e donne costretti a convivere con il peso morale e psicologico delle proprie esperienze. Perché ogni guerra lascia cicatrici non solo sui vinti e sulle vittime, ma anche su chi la combatte. E quando le armi tacciono, spesso è proprio allora che inizia la battaglia più difficile: quella contro i fantasmi che il conflitto ha lasciato nella coscienza di un’intera generazione.




Lasciate il vostro commento