di Piero Angelo de Ruvo
Dati fabbricati, immagini falsificate e risultati non più verificabili: il caso del Francis Crick Institute riapre il dibattito sui controlli nella ricerca biomedica. E impone di fare piena luce sui finanziamenti, sui conflitti d’interesse e sulle responsabilità di chi pubblica risultati destinati a influenzare la medicina.
Il 14 ottobre 2026, Science Translational Medicine, rivista scientifica dell’American Association for the Advancement of Science, ha ritirato uno studio pubblicato nel luglio 2022 dal titolo” SARS-CoV-2 S2-targeted vaccination elicits broadly neutralizing antibodies”. La decisione è arrivata dopo un’indagine del Francis Crick Institute di Londra, che ha accertato la presenza di dati fabbricati e immagini falsificate nel lavoro scientifico. Non si tratta di un dettaglio formale, né di una semplice correzione editoriale. Quando un articolo viene pubblicato su una rivista scientifica di rilievo, i suoi risultati entrano nel circuito della conoscenza, possono essere citati da altri ricercatori, alimentare nuove sperimentazioni e contribuire alla formazione dell’opinione pubblica. Se quelle evidenze risultano compromesse, il problema investe non soltanto gli autori, ma anche i meccanismi di controllo che avrebbero dovuto garantire l’affidabilità della pubblicazione. La domanda, dunque, è inevitabile: come è stato possibile che risultati scientifici contenenti dati falsificati rimanessero pubblicati per oltre quattro anni prima di essere ritirati?
La nota ufficiale, dati fabbricati e immagini falsificate
La nota di ritrattazione, pubblicata il 14 ottobre 2026 e reperibile su PubMed, è il documento centrale per ricostruire la vicenda. Secondo quanto riportato dalla rivista, l’indagine istituzionale ha attribuito al primo autore, Kevin W. Ng, la responsabilità di dati fabbricati in una figura e di immagini falsificate in un’altra. La nota riferisce inoltre che l’autore ha riconosciuto la propria responsabilità nella fabbricazione dei dati. L’aspetto più preoccupante riguarda, tuttavia, ciò che non è stato possibile verificare. La rivista segnala che l’indisponibilità dei dati primari e dei campioni relativi ad alcuni altri esperimenti impedisce una verifica retrospettiva dei risultati e getta quindi dubbi anche su ulteriori parti del lavoro. È un passaggio fondamentale, la ricerca scientifica non può basarsi soltanto sulla fiducia nell’autore o sul prestigio dell’istituzione di appartenenza, deve poggiare su dati tracciabili, metodi trasparenti, risultati riproducibili e procedure di controllo effettive. Quando mancano le prove originali necessarie a verificare un esperimento, la comunità scientifica perde uno strumento essenziale per distinguere ciò che è stato realmente osservato da ciò che non può più essere dimostrato.
Perché uno studio del genere può rappresentare un rischio
Il lavoro del 2022 esaminava una strategia vaccinale sperimentale diretta contro la proteina S2 del SARS-CoV-2. Gli autori riferivano risultati promettenti sulla capacità di indurre anticorpi in grado di neutralizzare diversi coronavirus, sulla base di esperimenti di laboratorio e di prove condotte su modelli murini. È necessario precisare che non si trattava di una sperimentazione clinica su persone e che lo studio non valutava direttamente i vaccini anti-Covid autorizzati e somministrati alla popolazione. Questo limite, però, non rende irrilevante la falsificazione, un risultato preclinico può contribuire a orientare la scelta delle linee di ricerca, la progettazione di ulteriori esperimenti e le decisioni su quali candidati vaccinali meritino nuovi investimenti. Se i dati sui quali si fondano tali valutazioni sono falsificati o non verificabili, si rischia di indirizzare risorse e decisioni verso conclusioni scientificamente infondate. La pericolosità documentabile di questo caso consiste quindi nella compromissione dell’affidabilità delle evidenze e nel rischio di propagazione di risultati non attendibili. Non è invece dimostrato che questo specifico studio abbia causato danni a pazienti o abbia determinato l’impiego clinico di un vaccino sulla base dei risultati contestati. La distinzione è importante, perché la critica deve poggiare sui fatti e non trasformare un caso grave di cattiva condotta scientifica in una conclusione generalizzata sulla sicurezza di tutti i vaccini.
Il nodo dei finanziamenti: chi paga la ricerca e quali interessi entrano in gioco?
La vicenda impone anche una riflessione sui rapporti tra ricerca biomedica e industria farmaceutica. Nel settore dei vaccini, come in molti altri ambiti della medicina, università, centri di ricerca e singoli ricercatori possono ricevere finanziamenti pubblici, sovvenzioni private, contributi per progetti specifici o sostegno da parte di aziende che operano nello stesso settore. Tra i nomi che vengono spesso richiamati nel dibattito sui conflitti d’interesse figurano Pfizer, AstraZeneca, GlaxoSmithKline (GSK) e MSD. Ma, per stabilire quali rapporti siano effettivamente esistiti nel caso in esame, occorre consultare le dichiarazioni originali di finanziamento e conflitto d’interesse dello studio, verificando ogni singolo autore e distinguendo i contributi diretti alle persone da quelli assegnati agli istituti di appartenenza. Non sarebbe corretto affermare, senza tale verifica, che tutti gli autori di questo articolo scientifico fossero finanziati da tutte queste aziende, né la presenza di un finanziamento dimostra, da sola, che un ricercatore abbia falsificato dati o che un’impresa abbia ordinato di manipolare risultati. Ciò non significa, tuttavia, che il problema dei conflitti d’interesse possa essere liquidato come una questione secondaria. Un finanziatore può avere interessi economici legittimi nella riuscita di un progetto; proprio per questo, la ricerca deve prevedere garanzie che impediscano a tali interessi di condizionare la progettazione degli esperimenti, l’analisi dei risultati, la loro pubblicazione o la comunicazione al pubblico.

Il conflitto d’interesse non prova la frode, ma richiede controlli rigorosi
Esiste una differenza sostanziale tra un conflitto d’interesse e una falsificazione scientifica. Il primo è una situazione nella quale interessi finanziari o professionali possono influenzare, o apparire in grado di influenzare, il giudizio del ricercatore. La seconda è una condotta specifica che deve essere accertata attraverso prove. Confondere i due piani indebolirebbe la critica, ma ignorare i conflitti d’interesse significherebbe rinunciare a un elemento importante della trasparenza scientifica. Se un’azienda finanzia una ricerca dalla quale potrebbe trarre un vantaggio commerciale, è legittimo chiedere quali misure siano state adottate per proteggere l’indipendenza degli autori e la libertà di pubblicazione. È altrettanto legittimo pretendere che i rapporti economici siano dichiarati in modo comprensibile e verificabile. La possibilità che un finanziatore tenti di condizionare una ricerca non equivale alla prova che ciò sia avvenuto in questo caso, per sostenere una simile accusa occorrerebbero documenti, comunicazioni, accordi o altri elementi concreti. La ritrattazione in esame, per quanto grave, non dimostra che Pfizer, AstraZeneca, GSK, MSD o altri sponsor abbiano commissionato o provocato la falsificazione. Resta però una questione di interesse pubblico: quali strumenti impediscono che gli interessi economici prevalgano sull’obbligo di produrre conoscenze affidabili?
La risposta non può essere affidata soltanto alle dichiarazioni di principio. Servono controlli indipendenti, accesso ai dati primari, verifiche delle immagini, tracciabilità delle modifiche, procedure di revisione efficaci e sanzioni proporzionate in caso di condotte scorrette.
Quattro anni prima della ritrattazione: il problema dei controlli
La ritrattazione è intervenuta oltre quattro anni dopo la pubblicazione originale. Questo intervallo non dimostra, da solo, che la rivista o gli altri autori fossero a conoscenza delle manipolazioni e le abbiano tollerate. Mostra però quanto sia importante disporre di meccanismi capaci di individuare tempestivamente anomalie e di intervenire quando emergono elementi incompatibili con l’affidabilità di un lavoro. La revisione tra pari, spesso considerata una garanzia essenziale della qualità scientifica, non equivale a una certificazione assoluta della veridicità dei dati, i revisori valutano il lavoro sulla base delle informazioni e dei materiali resi disponibili; non sempre possono controllare ogni dato grezzo o ripetere ogni esperimento. Proprio per questo, la responsabilità della ricerca non si esaurisce con la pubblicazione. Le istituzioni devono conservare la documentazione originale, gli editori devono intervenire quando emergono prove di irregolarità e gli autori devono poter dimostrare la provenienza e l’integrità dei risultati presentati. Quando tali condizioni vengono meno, la fiducia nella letteratura scientifica può essere danneggiata ben oltre i confini del singolo articolo.
La salute dei cittadini non può essere subordinata alla reputazione delle istituzioni
Il cittadino che legge un articolo scientifico, ascolta un esperto o si affida a una raccomandazione sanitaria non ha normalmente gli strumenti per verificare personalmente immagini microscopiche, dati sperimentali o procedure statistiche. Deve poter contare su un sistema nel quale la competenza sia accompagnata da responsabilità, trasparenza e possibilità di controllo. Per questo la falsificazione di dati in un lavoro biomedico è una questione che riguarda anche la collettività, non perché ogni studio ritirato dimostri che la medicina sia inaffidabile, ma perché la medicina basata sulle evidenze può funzionare soltanto se le evidenze sono autentiche e verificabili. La fiducia dei cittadini non si difende nascondendo gli errori, minimizzando le irregolarità o chiedendo un atto di fede nell’autorità scientifica, come accaduto per i medicinali anti Covid, si difende riconoscendo i problemi, rendendo pubbliche le conclusioni delle indagini e correggendo ciò che non è più sostenibile. La stessa esigenza di rigore impone, però, di non utilizzare un caso di falsificazione per screditare indistintamente la ricerca sui vaccini o per attribuire responsabilità a soggetti per i quali non esistono prove.
In conclusione, la scienza deve rispondere ai fatti, non agli interessi, il caso dello studio sulla proteina S2 non autorizza a mettere sullo stesso piano tutta la ricerca biomedica e una pubblicazione ritirata per dati fabbricati e immagini falsificate, dimostra, tuttavia, che neppure una rivista prestigiosa o un istituto di ricerca autorevole possono essere considerati immuni da gravi problemi di integrità scientifica. La lezione è chiara: la ricerca deve essere verificabile, i finanziamenti trasparenti e i conflitti d’interesse gestiti attraverso garanzie concrete. Se esistono rapporti economici con aziende che possono trarre vantaggio dai risultati, tali rapporti devono essere resi pubblici e sottoposti a controlli adeguati. Se emergono sospetti di manipolazione, devono essere accertati con rigore e senza protezioni di categoria.
La salute pubblica si fonda sulla fiducia, ma la fiducia non può essere pretesa: deve essere meritata attraverso una scienza libera da manipolazioni, trasparente nei finanziamenti e rigorosa nella verifica dei risultati. Perché quando la ricerca perde la propria integrità, non è in discussione soltanto la reputazione di un singolo autore, ma la credibilità dell’intero sistema che produce e comunica conoscenza, da cui dipendono anche le scelte che riguardano la salute dei cittadini.
Fonti:
- Nota ufficiale di ritrattazione, pubblicata il 14 ottobre 2026: PubMed — Retraction notice.
- Articolo scientifico originale, pubblicato nel 2022 e oggi ritirato: PubMed — Studio originale.
- Ricostruzione indipendente della vicenda: Retraction Watch — dati fabbricati e immagini falsificate.





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