di Piero Angelo de Ruvo

L’ex ministro rivendica di aver salvato milioni di vite e rifiuta di vergognarsi del proprio operato. Ma lockdown, gestione delle cure, campagna vaccinale e restrizioni restano capitoli che meritano una verifica rigorosa. Difendere le proprie decisioni è legittimo; pretendere che basti rivendicarle per chiudere il confronto non lo è.

«Non mi scuso e non mi vergogno». Roberto Speranza, ministro della Salute durante la pandemia, liquida così ogni ipotesi di autocritica sul proprio operato, rivendica di aver salvato milioni di vite e difende le scelte compiute negli anni dell’emergenza sanitaria. Una posizione legittima sul piano personale, ma politicamente tutt’altro che sufficiente, perché governare durante una crisi non significa soltanto prendere decisioni difficili, significa anche assumersi la responsabilità di spiegarle, sottoporle a verifica e riconoscere eventuali errori. Soprattutto quando quelle decisioni hanno inciso profondamente sulla libertà individuale, sull’economia, sulla scuola e sulla vita di milioni di cittadini.

Il punto non è pretendere da Speranza un’ammissione di colpa preventiva, è chiedergli di accettare che il suo operato non possa essere giudicato soltanto sulla base della sua personale rivendicazione. «Ho salvato milioni di vite» questa affermazione non può essere un’auto-celebrazione spacciata per verità indiscutibile, ma deve essere dimostrata attraverso dati verificabili e un’analisi rigorosa delle decisioni assunte. Chi ha esercitato un potere straordinario durante un’emergenza non può pretendere un giudizio straordinariamente indulgente.

La pandemia è stata un’emergenza drammatica, il virus ha provocato vittime, messo sotto pressione gli ospedali e costretto le istituzioni a intervenire in condizioni di forte incertezza, negarlo sarebbe assurdo, ma riconoscere la gravità della crisi non significa considerare automaticamente corrette tutte le decisioni assunte per affrontarla. Quando un ex ministro afferma di aver salvato milioni di vite, la questione non può esaurirsi in una dichiarazione, occorre chiedersi quali risultati siano documentati, quali misure abbiano prodotto benefici dimostrabili e quali costi abbiano comportato. Quale contributo hanno dato le singole restrizioni al contenimento dell’epidemia? Quali effetti hanno avuto sulla salute mentale, sull’istruzione e sulle attività economiche? Le decisioni furono rivalutate tempestivamente alla luce delle nuove conoscenze? Esistevano alternative praticabili che avrebbero consentito di tutelare la salute con minori sacrifici? Sono interrogativi legittimi, non sentenze precostituite, proprio per questo meritano risposte fondate su dati e documenti, non contrapposizioni ideologiche. Speranza ha il diritto di difendere il proprio operato, non ha, però, alcun titolo per sottrarlo al giudizio pubblico.

Chi rivendica risultati eccezionali deve essere disposto a sottoporre le proprie affermazioni alla stessa verifica che pretende per quelle dei suoi critici.

Lockdown e restrizioni: l’emergenza non cancella il dovere di rendere conto

Durante la pandemia, milioni di italiani hanno sperimentato limitazioni profonde della libertà personale, attività chiuse, studenti lontani dalle aule, famiglie separate, anziani isolati e lavoratori esposti a conseguenze economiche pesanti, una parte di queste misure fu adottata in una fase di grave incertezza sanitaria, nella quale le istituzioni dovevano fronteggiare rischi reali e immediati. Ma il contesto emergenziale non può diventare una giustificazione universale, una decisione può essere stata comprensibile nel momento in cui fu presa e rivelarsi successivamente inefficace, sproporzionata o bisognosa di correzioni. È precisamente per questo che le politiche pubbliche devono essere valutate anche a posteriori, confrontando obiettivi, risultati e conseguenze. Non si tratta di sostenere che ogni restrizione fosse inutile, si tratta di evitare l’errore opposto: considerare ogni misura necessaria soltanto perché adottata durante una crisi. Un bilancio serio dovrebbe partire da qui, senza assolvere preventivamente chi governava e senza trasformare l’analisi in una condanna sommaria. Eppure, quando l’ex ministro dichiara di non avere nulla di cui scusarsi, la questione assume una dimensione che supera la legittima difesa del proprio operato, diventa una questione di cultura istituzionale.

Chi ha avuto il potere di incidere così profondamente sulla vita altrui dovrebbe essere il primo a non temere le domande.

«Vigile attesa» e gestione delle cure: gli interrogativi non possono essere archiviati

La gestione dei pazienti Covid a domicilio, sintetizzata nel dibattito pubblico dall’espressione «vigile attesa», costituisce uno dei capitoli più controversi dell’emergenza. Per affrontarlo correttamente occorre distinguere le indicazioni ministeriali dalle decisioni cliniche dei singoli medici, considerare l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e valutare le diverse condizioni dei pazienti. Non sarebbe corretto attribuire automaticamente ogni esito negativo a una direttiva, così come non sarebbe serio sottrarre le indicazioni istituzionali a qualsiasi esame critico. Resta però una domanda fondamentale: le raccomandazioni furono aggiornate con la tempestività necessaria? Fu garantito un adeguato spazio alla valutazione clinica individuale? Le criticità segnalate furono affrontate con sufficiente attenzione? Le famiglie che hanno perso un proprio caro hanno diritto a risposte, non a slogan. I medici che hanno affrontato situazioni difficili meritano un confronto basato sulle evidenze, non una disputa ideologica e i cittadini devono poter discutere le scelte sanitarie senza essere automaticamente collocati in una categoria da screditare. Non si tratta di trasformare ogni dubbio in una colpa, ma di impedire che ogni dubbio venga trattato come una colpa, compresa quella di critica.

Vaccini: la fiducia si costruisce con trasparenza e sorveglianza

La campagna vaccinale ha rappresentato un passaggio centrale nella risposta alla pandemia. La sua valutazione richiede di distinguere i benefici documentati, le diverse fasce di popolazione, l’evoluzione delle conoscenze e gli eventuali rischi emersi attraverso la sorveglianza. Efficacia e sicurezza non sono concetti da difendere per appartenenza politica, sono questioni da valutare attraverso dati scientifici, eventuali eventi avversi devono essere analizzati con serietà, senza minimizzazioni, ma anche senza attribuire automaticamente ai vaccini ogni problema di salute comparso dopo la somministrazione, specie se questi ultimi erano pubblicizzati sulle principali reti televisive e radiofoniche come efficaci e sicuri. La fiducia dei cittadini non può fondarsi sull’obbligo di non fare domande, deve poggiare sulla trasparenza, sulla qualità degli studi, sulla sorveglianza degli effetti indesiderati e sulla disponibilità delle autorità a correggere le proprie valutazioni quando necessario. Quello che non è accettabile è utilizzare la scienza come un’arma retorica, invocarla quando sembra confermare le proprie scelte e considerare irrilevante il confronto quando emergono risultati scomodi. Speranza, in qualità di ministro dell’epoca, può essere chiamato a rispondere politicamente delle strategie adottate e del modo in cui furono comunicate. Questo non significa attribuirgli automaticamente la responsabilità di ogni evento avverso o presumere violazioni mai accertate, significa riconoscere che il suo ruolo istituzionale rende legittimo un esame approfondito delle scelte compiute.

La Commissione Covid non deve cercare colpevoli, ma accertare i fatti

Le audizioni e i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid rappresentano un’occasione per ricostruire decisioni, responsabilità e procedure. Non devono diventare un tribunale mediatico, ma neppure un rituale destinato a concludersi senza conseguenze sul piano della conoscenza pubblica. Il compito di una commissione d’inchiesta è acquisire documenti, ascoltare testimonianze, confrontare versioni e individuare eventuali criticità, non è quello di confermare una tesi precostituita, né di fabbricare colpevoli per soddisfare una parte politica, ma se emergono contraddizioni, incongruenze o decisioni meritevoli di approfondimento, queste devono essere affrontate, e chi ha ricoperto incarichi di governo deve contribuire alla ricostruzione dei fatti con disponibilità e trasparenza. Il problema, dunque, non è che Speranza difenda le proprie scelte, è un suo diritto. Il problema nasce quando la difesa assume la forma di una rivendicazione assoluta, come se il semplice richiamo all’emergenza fosse sufficiente a chiudere ogni discussione.

l’assenza di una responsabilità penale accertata non equivale automaticamente alla dimostrazione che ogni scelta politica sia stata corretta.

Esiste anche una responsabilità per la qualità delle decisioni, per la loro proporzionalità, per la comunicazione pubblica e per la capacità di riconoscere gli eventuali errori. È su questo terreno che il giudizio democratico deve esercitarsi, senza scorciatoie e senza indulgenze, di cui anche l’opposizione dovrebbe contribuire a ricercare la verità.

Il problema politico è il rifiuto del confronto

«Non mi scuso e non mi vergogno», una frase che può essere letta come l’espressione della convinzione personale di un ex ministro, ma, pronunciata da chi ha guidato la sanità italiana durante una crisi di portata eccezionale, diventa inevitabilmente un messaggio politico. Speranza può essere convinto di aver agito nel modo migliore possibile, può sostenere che le decisioni adottate fossero necessarie e contestare chi le giudica diversamente. Ciò che non può fare è trasformare la propria convinzione in una valutazione definitiva della vicenda. L’autocritica, del resto, non equivale a un’ammissione di colpevolezza, significa riconoscere che decisioni assunte in circostanze eccezionali possono contenere errori, che le conoscenze cambiano e che il potere pubblico comporta un obbligo di rendicontazione. Non è necessario dichiararsi colpevoli per spiegare le proprie scelte, non è necessario rinnegare ogni decisione per ammettere che alcune meritino un approfondimento, è questa la differenza tra una difesa politica e un’autodifesa impermeabile a ogni verifica.

La memoria della pandemia non appartiene agli ex ministri

La pandemia non è una vicenda che può essere archiviata attraverso dichiarazioni individuali, né un terreno sul quale una parte politica possa attribuirsi il monopolio della verità. Appartiene anche alle famiglie che hanno perso i propri cari, ai lavoratori che hanno subito le conseguenze delle chiusure, agli studenti privati per lunghi periodi della didattica in presenza, agli operatori sanitari e ai cittadini che hanno vissuto direttamente le restrizioni. A tutti loro è dovuta una ricostruzione seria, documentata e libera da pregiudizi, non una narrazione celebrativa. Speranza ha tutto il diritto di rivendicare il proprio operato. I cittadini hanno lo stesso diritto di giudicarlo, e le istituzioni hanno il dovere di verificare le questioni ancora aperte.

Il punto, dunque, non è se Roberto Speranza debba vergognarsi. È se sia disposto a sottoporre le proprie decisioni a un esame rigoroso, senza pretendere che la sua versione costituisca la parola definitiva.

Perché un incarico di governo può terminare. La responsabilità politica verso i cittadini, invece, non si esaurisce con la fine del mandato.

E su quest’ultima, nessun ex ministro può pretendere di avere l’ultima parola.

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