di Piero Angelo De Ruvo

Nei contesti di guerra e di occupazione militare, i bambini dovrebbero godere di una protezione speciale sancita dal diritto internazionale, eppure si ritrovano spesso ad affrontare gravi rischi di abusi, sradicamento e privazione della libertà. Dai territori palestinesi occupati fino alle regioni dell’Ucraina sotto il controllo russo, la vita di migliaia di minori viene stravolta da arresti, trasferimenti coatti e violazioni dei diritti umani fondamentali.
Cisgiordania e Gerusalemme Est: La realtà della detenzione militare
Nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, l’arresto e la carcerazione dei minori rappresentano una prassi strutturale che dura da decenni. Si stima (numero sottodimensionato) che dal 2013 ad oggi circa 7.500 ragazzi palestinesi di età compresa tra i 12 e i 17 anni siano stati perseguiti dal sistema giudiziario militare israeliano, con punte di circa 700 arresti all’anno. La maggior parte dei fermi avviene con l’accusa di aver lanciato sassi contro veicoli o pattuglie militari. L’esperienza della detenzione comincia solitamente nel cuore della notte, tra le due e le tre del mattino, quando soldati dell’IDF armati, irrompono nelle abitazioni private, svegliando le famiglie di soprassalto. I ragazzi vengono prelevati dai loro letti, bendati e ammanettati prima di essere caricati su veicoli militari senza che ai genitori vengono fornite spiegazioni adeguate o indicazioni sul luogo di destinazione. Durante le fasi di trasferimento e interrogatorio, condotte in assenza di genitori o legali, i minori sono esposti a minacce, isolamento, privazione del sonno e abusi fisici. Questa coercizione spinge l’83% dei giovani a firmare dichiarazioni di colpevolezza redatte in lingua ebraica, che la maggior parte dei ragazzi non è in grado di comprendere. Oltre la metà dei minori arrestati in Cisgiordania viene trasferita e reclusa in carceri situate all’interno dei confini di Israele, come Megiddo, Hasharon o il campo di detenzione militare di Sde Teiman nel deserto del Negev. Questo trasferimento di prigionieri al di fuori del territorio occupato viola direttamente l’Articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra e rende quasi impossibili le visite dei familiari a causa delle restrizioni sui permessi di viaggio. Rapporti documentati da organizzazioni come l’UNICEF, B’Tselem e Save the Children denunciano in queste strutture condizioni fisiche e igieniche estremamente precarie, abusi sistematici e negazione di adeguate cure mediche. Tra il gennaio 2024 e il luglio 2026, l’UNICEF ha registrato in Cisgiordania la morte di 174 bambini palestinesi e il ferimento di oltre 1.500, mentre almeno 355 minori risultano detenuti nelle carceri militari, di cui circa la metà in detenzione amministrativa senza accuse né processo. Dopo una custodia cautelare la cui durata media si attesta intorno ai 147 giorni, circa il 90% dei ragazzi soffre di traumi psicologici permanenti e quasi la metà non riesce a riprendere il percorso scolastico.
Perché i bambini adolescenti.
In una ricostruzione non confermata, il periodo di detenzione potrebbe rappresentare molto più di una semplice misura coercitiva. Dietro le mura di un centro di interrogatorio, alcuni funzionari potrebbero osservare attentamente i giovani detenuti, non limitandosi a raccogliere informazioni sul presente, ma cercando di individuare possibili strumenti per influenzare il futuro. In questa ipotesi, psicologi, analisti e ufficiali dell’intelligence potrebbero valutare il carattere dei ragazzi, studiandone le paure, le aspirazioni, i legami familiari e il ruolo all’interno della propria comunità. Ogni dettaglio potrebbe diventare un elemento utile per comprendere chi sia maggiormente incline a cedere alle pressioni, chi desideri proteggere la propria famiglia, chi nutre ambizioni personali o chi, semplicemente, cerchi una via di fuga da una realtà segnata dalla guerra.
La selezione non avverrebbe necessariamente attraverso la forza bruta, al contrario, potrebbe fondarsi su un processo graduale di condizionamento psicologico. Alcuni minori potrebbero ricevere trattamenti differenti rispetto ad altri, benefici apparentemente insignificanti, maggiori libertà o la promessa di agevolazioni future. Si instaurerebbe così un rapporto di dipendenza emotiva nei confronti dell’autorità che li concede, richiamando, per dinamiche di collaborazione e differenziazione tra detenuti, alcune delle pagine più controverse e dolorose della storia dei sistemi concentrazionari del Novecento. Una volta rilasciati, questi giovani potrebbero ritornare nei propri villaggi o quartieri senza apparire diversi agli occhi della comunità, tuttavia, secondo la logica, alcuni di loro potrebbero portare con sé un invisibile bagaglio di paure, obblighi e aspettative costruito durante la detenzione. Il loro ruolo non sarebbe necessariamente quello di agenti segreti nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto quello di osservatori inconsapevoli o riluttanti, chiamati a riferire informazioni sugli spostamenti di determinate persone, sulle attività del quartiere o sugli umori della popolazione.
L’elemento più inquietante di questo probabile contesto non sarebbe tanto l’eventuale raccolta di informazioni, quanto la trasformazione del conflitto in un meccanismo capace di insinuarsi nella crescita stessa dei bambini. In questo scenario, la guerra non si limiterebbe a occupare il territorio fisico, ma cercherebbe di occupare anche lo spazio mentale delle nuove generazioni, convertendo la fragilità dell’infanzia in uno strumento di controllo destinato a produrre effetti ben oltre la fine della detenzione.
Ucraina: Deportazioni, rieducazione e cancellazione dell’identità
Sullo scenario dell’Europa occidentale, la guerra su vasta scala dell’Ucraina avviata nel febbraio 2022 ha messo in luce un differente programma di sradicamento dell’infanzia. Le autorità della Federazione Russa hanno promosso il trasferimento forzato e la deportazione di massa di decine di migliaia di bambini ucraini dalle regioni occupate verso la Russia e la Crimea.
Le indagini condotte dal Laboratorio di Ricerca Umanitaria della Yale School of Public Health, dall’OSCE e da Human Rights Watch hanno mappato una rete di oltre 210 strutture — tra sanatori, orfanotrofi e campi estivi — impiegate per il trattenimento, la rieducazione ideologica e l’addestramento militare dei minori. Attraverso modifiche legislative e decreti presidenziali ad hoc, il governo russo ha facilitato la concessione rapida della cittadinanza russa ai minori ucraini per consentirne l’affido o l’adozione coatta presso famiglie russe, cancellandone i nomi dai database pubblici per ostacolare il rintracciamento e impedire i ricongiungimenti familiari. Tali condotte violano apertamente l’Articolo 50 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta alla potenza occupante di alterare lo statuto civile dei minori. In virtù di queste gravi violazioni, il 17 marzo 2023 la Corte Penale Internazionale (ICC) ha emesso mandati di arresto internazionali nei confronti del Presidente russo Vladimir Putin e della Commissaria per i diritti dei bambini Maria Lvova-Belova per il presunto crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di minori.
Due facce dello stesso dramma
Mettendo a confronto i due contesti, emergono profonde analogie nella gravità delle conseguenze sui minori, pur in presenza di logiche operative differenti. Nel contesto palestinese prevale, un sistema di controllo militare e securitario che ricorre di fatto alla carcerazione, alla pressione giudiziaria e alla repressione, presumibilmente avente lo scopo di immettere soggetti condizionati all’interno di una rete informativa, trasformandoli in osservatori della propria comunità. Nel contesto ucraino, invece, sono stati effettuati trasferimenti di minori, per lo più orfani ed in precarie condizioni sanitarie, che hanno portato la Corte penale internazionale, il 17 marzo 2023, a emettere mandati di arresto nei confronti di Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova per il presunto crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di bambini. (Corte Penale Internazionale)
Ed è proprio qui che emerge una questione che va oltre i singoli conflitti e investe la credibilità stessa della comunità internazionale. Di fronte alla vicenda dei minori ucraini, la risposta diplomatica, giudiziaria e mediatica internazionale è stata particolarmente incisiva. Al tempo stesso, le gravissime condizioni denunciate dalle organizzazioni internazionali per i bambini palestinesi — dalla detenzione alla violenza, dagli sfollamenti alla distruzione delle condizioni essenziali per vivere e studiare — continuano a essere ignorate pur essendo documentate e denunciate, anche dalle Nazioni Unite e dall’UNICEF. (UNICEF). Questa asimmetria nella percezione e nella risposta internazionale pone una domanda difficile da eludere, può la tutela dell’infanzia essere selettiva?
Se la deportazione, lo sradicamento e la manipolazione dell’identità di un bambino costituiscono una violazione intollerabile quando la vittima è ucraina, lo stesso principio deve necessariamente valere quando la vittima è palestinese. E vale allo stesso modo per ogni altro minore coinvolto in una guerra, indipendentemente dalla sua nazionalità, dalla sua cultura, dalla sua appartenenza religiosa, dalla sua estrazione sociale o dalle ragioni politiche che hanno contribuito a generare il conflitto. I bambini non scelgono le guerre, non ne decidono le strategie e non dovrebbero diventare strumenti delle contese politiche degli adulti. Non possono essere trasformati in ostaggi, deportati, detenuti, strumenti di pressione, fonti di informazione o destinatari di programmi destinati a modificarne identità e futuro. La ragione di uno Stato, di un esercito o di una parte politica non può mai cancellare il diritto fondamentale di un bambino a essere protetto.
È questo il principio che dovrebbe guidare la comunità internazionale, non una tutela a geometria variabile, non una diversa misura dell’indignazione a seconda della bandiera, ma la stessa protezione per ogni bambino, perché un bambino palestinese, un bambino ucraino o qualsiasi altro bambino coinvolto in un conflitto rimane, prima di tutto, un bambino, e il suo diritto alla vita, alla famiglia, alla dignità e alla sicurezza non dovrebbe dipendere da chi combatte, da chi governa il territorio o dalla posizione politica di chi osserva, ma dalla sua infantile innocenza.




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