Approfondimento

di Piero Angelo de Ruvo

Il silenzio europeo e la debolezza politica di fronte alla crisi libanese

L’escalation militare nel Mediterraneo orientale, iniziata nel marzo 2026 dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, conclusosi con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, e la successiva risposta missilistica di Hezbollah, ha trascinato il Libano in una guerra devastante. Israele ha risposto con pesanti bombardamenti aerei e un’invasione di terra, arrivando a creare unilateralmente una cosiddetta “zona di sicurezza” profonda circa 10 chilometri all’interno del territorio libanese.

Di fronte a questa crisi, l’Unione Europea continua a mostrarsi debole e poco incisiva. Le sue dichiarazioni non sembrano accompagnate da azioni concrete, mettendo in discussione la sua capacità di svolgere un ruolo importante nella politica internazionale e nella stabilità del Mediterraneo. Il futuro del Libano riguarda infatti l’intera regione e anche la credibilità delle istituzioni europee, eppure, Bruxelles continua a parlare di pace e diplomazia senza mettere davvero in campo strumenti di pressione capaci di cambiare la situazione. Le dichiarazioni ufficiali mostrano una distanza evidente tra ciò che l’Europa dice e ciò che riesce concretamente a fare. L’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, la commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, e le conclusioni del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026 continuano a indicare la diplomazia come strada principale per risolvere la crisi. L’UE ribadisce di sostenere la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale del Libano, chiedendo il rispetto delle Risoluzioni 1701 e 2790 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sostenendo che soltanto lo Stato libanese deve avere il controllo legittimo delle armi.

L’Unione ha anche appoggiato la necessità di prolungare la missione di pace UNIFIL, il cui mandato scade il 31 dicembre 2026, per evitare un vuoto di sicurezza nel sud del Paese, a questo si aggiunge l’ipotesi di una missione europea per consigliare e addestrare le Forze Armate Libanesi (LAF). Il problema è che, accanto a queste dichiarazioni, non sono state adottate misure concrete di pressione economica, commerciale o diplomatica nei confronti dei responsabili delle violazioni denunciate. Come ha sottolineato lo storico Francesco Mazzucotelli dell’Università Cattolica di Milano, l’incertezza e il silenzio dell’Europa sono il segno di una debolezza politica che viene da lontano. Sarebbe inoltre un errore pensare che l’interesse europeo per il Libano riguardi soltanto il rischio di nuovi flussi migratori o le conseguenze della guerra sui mercati energetici, la crisi coinvolge equilibri interni molto delicati. Il presidente libanese Joseph Aoun ha difeso con fermezza la sovranità dello Stato, dichiarando che «qualsiasi mano che metta in pericolo la pace civile deve essere tagliata». Il governo guidato da Nawaf Salam ha, a sua volta, criticato le iniziative militari di Hezbollah, sostenendo che non fossero state autorizzate dall’esecutivo. Una posizione che ha provocato minacce da parte della stampa d’opposizione, arrivata a ipotizzare la caduta del governo nel caso di un tentativo di disarmare con la forza il movimento sciita. A rendere tutto più difficile c’è anche la debolezza strutturale dell’esercito libanese, storicamente preparato soprattutto a mantenere l’ordine interno e non ad affrontare una guerra convenzionale. Questa situazione ha rafforzato, nella percezione di una parte della popolazione, l’idea che le milizie sciite siano l’unica forza in grado di opporsi militarmente a Israele.

Ecco il paradosso dell’Europa: da una parte stanzia ingenti somme di denaro per aiutare il Libano, tra cui un pacchetto da un miliardo di euro per il periodo 2024-2027 e contributi al Flash Appeal dell’ONU — per puntellare le istituzioni e mitigare le sofferenze della popolazione; dall’altro rifiuta categoricamente di intervenire sui fattori scatenanti del conflitto, tollerando l’azzeramento delle intese diplomatiche, è il caso dell’intesa quadro promossa dagli Stati Uniti a Washington nel giugno 2026, bloccata dalle divergenze sul disarmo di Hezbollah e sul ritiro delle truppe israeliane dal territorio libanese occupato. In sostanza, l’Europa continua a finanziare gli aiuti, ma non usa la propria forza politica ed economica per cercare di fermare le cause della crisi, questa contraddizione mette in discussione la credibilità delle istituzioni internazionali e fa emergere una differenza evidente rispetto alla durezza delle sanzioni adottate dall’Occidente in altri conflitti.

La trasformazione del diritto internazionale e i due pesi e due misure dell’Occidente

Il diritto internazionale umanitario sta attraversando una crisi profonda: le sue regole vengono applicate in modo diverso a seconda di chi è coinvolto nel conflitto. Si parla spesso di un “ordine internazionale basato sulle regole”, ma che valore hanno queste regole se la sovranità degli Stati e il divieto di usare la forza vengono difesi con decisione soltanto quando conviene agli interessi geopolitici occidentali? Questo atteggiamento indebolisce la credibilità delle Convenzioni di Ginevra e dell’Aia, trasformando il diritto internazionale da strumento che dovrebbe proteggere tutti in un principio applicato a seconda delle convenienze politiche. La differenza emerge soprattutto confrontando la risposta europea alla guerra tra Russia e Ucraina con quella alla guerra in Libano. Nel caso ucraino, l’Unione Europea ha adottato sanzioni, misure politiche e interventi di sostegno militare per difendere l’integrità territoriale del Paese in guerra. In Libano, invece, l’aggressione delle forze israeliane, i bombardamenti e l’occupazione unilaterale di territorio vengono affrontati senza un’analoga risposta sanzionatoria. Il motivo potrebbe essere legato anche agli interessi economici in gioco. L’Unione Europea è infatti il principale partner commerciale di Israele. Secondo i dati ufficiali della Commissione europea, nel 2025 il commercio di beni tra le due parti ha raggiunto 43,3 miliardi di euro, pari al 31,7% del commercio israeliano. Le esportazioni europee verso Israele sono arrivate a 28 miliardi di euro, mentre le importazioni israeliane nel mercato europeo hanno raggiunto 15,3 miliardi. Di fronte a questi numeri nasce una domanda inevitabile: fino a che punto l’Europa è davvero disposta a usare il proprio peso economico per chiedere il rispetto dei diritti umani?

L’accordo di associazione tra Unione Europea e Israele, entrato in vigore nel giugno 2000, regola i rapporti politici ed economici tra le parti. Il suo articolo 2 stabilisce che tali relazioni devono basarsi sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, considerati elementi essenziali dell’accordo. Nel settembre 2025, la Commissione europea ha proposto di sospendere alcune disposizioni commerciali dell’intesa, dopo aver individuato elementi che indicavano una possibile violazione degli obblighi previsti dallo stesso articolo 2. Tuttavia, ad oggi la proposta si trova in una fase di stallo politico ed è bloccata in seno al Consiglio Europeo. È proprio qui che emerge la contraddizione: se il rispetto dei diritti umani è una condizione fondamentale dell’accordo, che credibilità può avere questo principio quando le misure economiche necessarie a farlo rispettare restano ferme?

La questione non riguarda soltanto Israele, ma chiama in causa la coerenza dell’intera Unione Europea tra i valori che proclama e le decisioni che è realmente disposta ad assumere. Anche il mondo accademico e gli esperti di diritto internazionale discutono da tempo di questa trasformazione. Tra le voci intervenute nel dibattito figurano il professor Luigi Ferrajoli, il professor Eugenio Zaniboni, l’avvocato Maurizio De Stefano e Fabio Marcelli dell’ISGI-CNR. Luigi Ferrajoli ha analizzato il cambiamento avvenuto nel modo di interpretare la guerra e la sicurezza internazionale dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, mettendo in evidenza il rischio di confondere la guerra legittima, disciplinata anche dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, con la lotta ai fenomeni terroristici e criminali. Il punto è semplice: un atto terroristico deve essere affrontato attraverso gli strumenti del diritto, della giustizia penale e della cooperazione tra gli Stati, senza trasformare automaticamente ogni risposta in una guerra senza limiti. Quando invece si ricorre alla logica della guerra per rispondere a un crimine, si rischia di svuotare di significato le regole che dovrebbero proteggere la popolazione civile. In questo modo, gli Stati finiscono per adottare metodi che ricordano quelli della violenza criminale di massa, mentre le organizzazioni terroristiche vengono trattate come parti di una guerra in cui tutto sembra diventare possibile. Il risultato può essere una guerra nella quale i civili finiscono per diventare bersagli sistematici.

A questa analisi si collega il rapporto Anatomy of a Genocide (“Anatomia di un genocidio”), redatto dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese. Il documento richiama il fenomeno definito “camuffamento umanitario”: l’uso distorto di argomenti legati alla guerra per giustificare la distruzione di intere aree abitate. In pratica, la presenza presunta di combattenti o di strutture militari vicino ai civili può essere utilizzata per presentare interi quartieri, edifici residenziali e infrastrutture come obiettivi militari. Sul piano internazionale, anche le iniziative delle Nazioni Unite incontrano ostacoli. Nel dicembre 2022, l’Assemblea generale dell’ONU ha promosso un percorso che ha portato, nel febbraio 2024, alle udienze della Corte internazionale di giustizia (CIG) sulle conseguenze giuridiche dell’occupazione prolungata, con la partecipazione di 61 Stati. Ma il passaggio dalle dichiarazioni alle decisioni concrete continua a scontrarsi con la paralisi del Consiglio di Sicurezza, dove i veti e le astensioni strategiche degli Stati Uniti possono impedire di procedere. Le contraddizioni nell’applicazione del diritto internazionale possono essere riassunte in tre punti:

  • Sovranità e autodeterminazione dei popoli: la severità diplomatica e le sanzioni cambiano a seconda della posizione geopolitica del Paese coinvolto. Occupazioni territoriali e creazione unilaterale di zone di sicurezza possono essere giustificate quando a compierle sono alleati strategici dell’Occidente.
  • Sanzioni e interessi commerciali: mentre contro alcuni Paesi vengono adottati rapidamente embarghi ed esclusioni dai mercati finanziari, nei confronti di altri continuano le forniture militari e gli accordi commerciali preferenziali. Tra questi viene indicata anche l’intesa di libero scambio con Israele, il cui valore complessivo è riportato nel testo in 6,1 miliardi di euro.
  • Efficacia delle risoluzioni ONU: il ricorso al diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza può impedire che le decisioni internazionali producano effetti concreti. In questo modo, anche risoluzioni importanti, come la 1701 e la 2790, rischiano di restare dichiarazioni senza conseguenze effettive.

Quando le regole vengono applicate in modo diverso a seconda degli interessi in gioco, a pagarne il prezzo sono soprattutto le persone che vivono nelle zone di guerra, private di una protezione concreta.

La crisi umanitaria in cifre: milioni di persone in fuga e un Paese al collasso

Per capire la gravità della guerra in Libano bisogna guardare anche ai numeri. Gli sfollati, le vittime e i danni alle infrastrutture non sono semplici statistiche: raccontano la distruzione della vita quotidiana di un intero Paese. Gli ordini di evacuazione e i bombardamenti sulle città stanno cambiando profondamente la situazione demografica ed economica del Libano, mettendo a rischio anche gli equilibri tra le diverse comunità religiose. I dati riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) e dal Ministero della Salute pubblica libanese, descrivono una situazione drammatica:

tabella 1.

Ambito della crisiDati e conseguenze riportati
Sfollati e persone in difficoltàCirca 1,4 milioni di persone bisognose di assistenza; tra 800.000 e 1,25 milioni di sfollati interni, molti dei quali diretti verso il nord e rifugi sovraffollati.
VittimeOltre 3.500 morti secondo OCHA e più di 4.300 secondo il Ministero della Salute libanese; oltre 10.000 feriti.
Ospedali e servizi sanitari62 strutture sanitarie danneggiate o chiuse; 190 attacchi contro i servizi sanitari, con 128 operatori morti e 332 feriti.
Agricoltura e alimentazioneIl 23% dei terreni agricoli risulta danneggiato o inaccessibile nelle aree colpite; il 78% degli agricoltori non riesce a raggiungere i campi; una persona su quattro rischia di non avere cibo a sufficienza.
Rifugi e istruzione636 rifugi collettivi attivati, molti dei quali all’interno di scuole; 166.000 studenti costretti alla didattica a distanza.

Gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano e i bombardamenti hanno messo in ginocchio un Paese che era già in grave difficoltà dopo il collasso finanziario del 2020 e che dispone di servizi pubblici e assistenza sociale insufficienti. Oltre la metà degli sfollati interni sarebbe composta da donne e bambine. Molte sono costrette a vivere in 636 rifugi collettivi sovraffollati, spesso senza servizi igienici adeguati e senza sufficiente acqua potabile. Condizioni che favoriscono la diffusione di malattie infettive e problemi respiratori, aggravati anche dall’accumulo di macerie e polveri. C’è poi un altro problema, che riguarda direttamente la tenuta della società libanese. Lo spostamento forzato di centinaia di migliaia di persone di fede sciita dalle regioni meridionali e dai sobborghi a sud di Beirut verso aree a maggioranza cristiana, sunnita o drusa rischia di mettere sotto pressione gli equilibri religiosi e sociali del Paese. Una situazione già delicata, perché il Libano ospita stabilmente oltre un milione di profughi siriani e centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi. Anche la distruzione delle reti idriche e l’impossibilità di coltivare il 23% dei terreni agricoli nelle aree considerate confermano la gravità dei danni, non si tratta soltanto di edifici distrutti o di strade interrotte: sono colpite le condizioni necessarie per vivere, lavorare, produrre cibo e restare sul proprio territorio.

La perdita delle garanzie umanitarie e la responsabilità indiretta dell’Occidente

Quando vengono distrutti ospedali, bloccati i soccorsi, danneggiate le reti idriche e resi inutilizzabili i terreni agricoli, il rischio è che le conseguenze della guerra vadano ben oltre le esigenze strettamente militari, non viene colpita soltanto un’infrastruttura: vengono messe a rischio le condizioni essenziali per la sopravvivenza di un’intera popolazione. Se le potenze occidentali continuano a mantenere intatti i rapporti economici e politici con il Paese responsabile delle azioni contestate, senza utilizzare strumenti efficaci per fermarle, la loro passività diventa un problema politico e morale. Non basta dichiararsi preoccupati per le vittime se poi non si fa nulla per evitare che la situazione continui. Le Convenzioni di Ginevra e i Protocolli aggiuntivi stabiliscono regole precise per proteggere i civili durante i conflitti, le operazioni militari in Libano sollevano interrogativi importanti sul rispetto di tre principi fondamentali del diritto internazionale umanitario.

1. Il principio di distinzione

Gli eserciti devono distinguere sempre tra civili e combattenti, così come tra strutture civili e obiettivi militari. Le persone e gli edifici civili non possono essere considerati automaticamente obiettivi legittimi. Il problema nasce quando interi quartieri, abitazioni o strutture di soccorso vengono trattati come obiettivi militari sulla base della presunta presenza di combattenti di Hezbollah nelle vicinanze. Un simile ragionamento rischia di trasformare la presenza di miliziani in una giustificazione generale per colpire aree abitate, mettendo in secondo piano la protezione dei civili.

2. Il principio di proporzionalità

Il diritto internazionale vieta gli attacchi quando i danni prevedibili alla popolazione civile e alle infrastrutture risultano eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso. L’utilizzo di armi con grande capacità distruttiva in zone densamente abitate solleva quindi una domanda fondamentale: il risultato militare che si vuole ottenere giustifica davvero i danni provocati a famiglie, abitazioni e servizi essenziali? La valutazione deve essere fatta caso per caso, ma il rispetto della proporzionalità non può essere messo da parte.

3. Il principio di precauzione

Prima e durante un attacco, le forze militari devono adottare tutte le precauzioni concretamente possibili per ridurre i rischi per i civili. Quando vengono impartiti ordini di evacuazione con pochissimo preavviso, talvolta inferiore alle 24 ore, e le stesse strade indicate come vie di fuga vengono poi bombardate, diventa inevitabile chiedersi quanto siano realmente efficaci le misure adottate per proteggere la popolazione.

Anche sul fronte sanitario i numeri riportati sono allarmanti. Secondo i dati OCHA relativi al periodo marzo-maggio 2026, sarebbero stati registrati 190 attacchi contro strutture e personale medico, con 128 operatori sanitari uccisi e altri 332 feriti. Sessantadue ospedali e centri di assistenza primaria sarebbero stati danneggiati gravemente o costretti a chiudere, a questa situazione si aggiungono le difficoltà nell’ingresso degli aiuti umanitari, come documentato dalle testimonianze sul campo e dai rilievi presentati da delegazioni parlamentari e ONG, i controlli imposti dalle autorità israeliane avrebbero provocato ritardi fino a 30 giorni. Sarebbero stati respinti interi bancali di aiuti per motivi contestati, come il tipo di legno utilizzato per gli imballaggi, sarebbero stati inoltre bloccati prodotti per rendere potabile l’acqua e respinti alimenti di prima necessità, datteri e merendine, classificati come presunti “beni di lusso”. Situazioni di questo tipo rendono ancora più difficile portare aiuti a chi ne ha bisogno, aggravando le condizioni di una popolazione già stremata dalla guerra. Di fronte a tutto questo, la posizione dell’Unione Europea appare contraddittoria, è tra i principali finanziatori degli aiuti umanitari stanziando sino ad oggi complessivamente a 639,9 milioni di dollari, ed ha versato altri 11,2 milioni di dollari al Lebanon Humanitarian Fund., ma allo stesso tempo, non ha sospeso i trasferimenti di armi né adottato sanzioni incisive contro i responsabili delle azioni denunciate. Il risultato è una politica che cerca di alleviare le sofferenze con gli aiuti economici, ma non interviene con la stessa determinazione per cercare di fermare ciò che quelle sofferenze provoca. Un approccio che rischia di lasciare spazio all’impunità e di alimentare la sensazione che alcuni Paesi possano agire senza subire conseguenze proporzionate. È questa ambiguità a rendere concreto il timore che il Libano possa andare incontro a una devastazione simile a quella già subita dalla Striscia di Gaza.

Il rischio di cancellare il Libano: da terra millenaria a territorio senza futuro

La debolezza politica dell’Europa e l’applicazione di due pesi e due misure nel diritto internazionale non rappresentano soltanto un fallimento diplomatico. Mettono a rischio il futuro del Libano come Stato, come società e come realtà culturale, e forse un domani anche la tenuta democratica dell’occidente, se si permette che la forza militare prevalga sulle regole internazionali, rischiando di assistere alla disgregazione di un Paese sovrano e alla trasformazione del Mediterraneo in un’area in cui le garanzie internazionali valgono soltanto sulla carta. Se l’Unione Europea e i governi occidentali continueranno a limitarsi a dichiarazioni diplomatiche senza usare strumenti concreti di pressione, c’è anche il rischio che intere comunità siano costrette ad abbandonare definitivamente le proprie terre, che le attività economiche scompaiano e che vaste aree diventino sempre più difficili da abitare.

In altre parole, la distruzione potrebbe non fermarsi agli edifici: potrebbe cancellare progressivamente le condizioni che permettono a un popolo di continuare a vivere sul proprio territorio.

Dall’analisi della posizione europea emergono tre conclusioni fondamentali.

  • Il crollo della credibilità morale dell’Europa: se l’Unione Europea non difende il diritto internazionale con gli stessi criteri in ogni conflitto, perde credibilità e peso politico. I doppi standard alimentano l’accusa di ipocrisia e rendono più difficile per Bruxelles presentarsi come un interlocutore autorevole, soprattutto nei rapporti con i Paesi del Sud globale.
  • La crisi dello Stato di diritto internazionale: tollerare pratiche che mettono a rischio i civili, evacuazioni forzate e distruzione di strutture sanitarie significa indebolire le regole costruite dopo la Seconda guerra mondiale per evitare che la forza prevalga sul diritto. Se le norme valgono soltanto quando conviene ai Paesi più potenti, l’intero sistema internazionale perde significato.
  • La necessità di cambiare subito strada: per evitare che il Libano venga progressivamente cancellato dalla geografia e dalla vita del Medio Oriente, servono un cessate il fuoco duraturo, il rispetto effettivo delle Risoluzioni 1701 e 2790 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, misure concrete per fermare le forniture di armi e la sospensione degli accordi commerciali preferenziali, qualora ne ricorrano i presupposti. Aspettare ancora potrebbe rendere irreversibile la distruzione del Paese.

Il punto centrale è semplice: non basta dichiararsi dalla parte della pace, dei diritti umani e del diritto internazionale, questi principi devono tradursi in decisioni concrete, anche quando ciò significa mettere in discussione rapporti economici e alleanze politiche. Perché, se l’Europa continua a intervenire soltanto con gli aiuti dopo le distruzioni, senza utilizzare la propria influenza per cercare di impedirle, il rischio è che la sua diplomazia finisca per inseguire le conseguenze della guerra invece di contribuire a fermarla. E mentre le istituzioni discutono, sono le persone comuni a perdere le case, il lavoro, le scuole, gli ospedali e, in molti casi, la possibilità stessa di tornare a vivere nella propria terra.

Lasciate il vostro commento

In voga

Scopri di più da LVOGRUPPO

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere