La testimonianza dal sud del Libano racconta il raid sulla zona di Ansar. Il bilancio complessivo delle incursioni è di undici morti, tra cui donne e bambini; sette delle vittime sono state segnalate ad Ansar e quattro a Deir al-Zahrani.
di Piero Angelo de Ruvo
Nota di trasparenza: il racconto raccolto sul posto viene riportato come testimonianza. I dati sul bilancio, le dichiarazioni israeliane e le repliche delle autorità libanesi sono stati confrontati con fonti giornalistiche indipendenti. Alcune circostanze materiali dell’attacco restano contestate e non sono verificabili in modo indipendente.
Abbiamo raccolto la testimonianza di Ali Ibrik, giornalista che racconta di lavorare tra le macerie e il fumo del Libano meridionale. Il suo resoconto restituisce una scena che difficilmente può essere ridotta a una formula militare: una casa distrutta, una famiglia travolta all’alba, oggetti dei bambini tra il cemento e una comunità che prova a capire perché la violenza sia tornata a colpire così vicino alle abitazioni.
Nelle prime ore del 15 agosto, un raid israeliano ha colpito una casa alla periferia di Ansar, nel governatorato di Nabatieh. Secondo il Ministero della Salute libanese e l’agenzia nazionale NNA, nell’abitazione sono morte sette persone, tra cui tre bambini e due donne. Nella stessa giornata, un secondo attacco a Deir al-Zahrani ha fatto salire a undici il bilancio complessivo delle vittime, con diciannove feriti riportati dalle autorità libanesi.[1] [2]
Il titolo di questa testimonianza usa il numero complessivo dei morti nelle incursioni della giornata. È una distinzione necessaria: le fonti consultate attribuiscono sette vittime al raid su Ansar e quattro a quello su Deir al-Zahrani. Dietro i numeri, però, resta la medesima domanda: che cosa è accaduto davvero nella casa di Ansar e su quali elementi poggiano le versioni contrapposte?
Una casa colpita all’alba
Ali Ibrik descrive il luogo come un’abitazione civile trasformata in un cumulo di macerie. Nella sua testimonianza afferma che sul posto non sarebbero stati rinvenuti bunker o centri di comando, ma gli oggetti di una vita quotidiana interrotta: giocattoli, vestiti, effetti personali. Si tratta di una testimonianza diretta riportata in questa pagina, non di un accertamento indipendente sul bersaglio dell’operazione.
La versione israeliana è radicalmente diversa. Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di aver colpito ad Ansar una struttura di Hezbollah e di aver ucciso Ali Samir al-Haj Hassan, indicato da Israele come comandante di battaglione della Forza Radwan. Secondo l’IDF, l’azione seguiva un attacco contro propri soldati nell’area di Ali al-Taher e il bersaglio non sarebbe stata la famiglia presente nell’edificio.[1] [2]
In un successivo comunicato, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha sostenuto che l’esercito avrebbe appreso solo dopo il raid della presenza di civili nel complesso. Hezbollah ha respinto questa ricostruzione, accusando Israele di avere colpito civili nelle loro case e di avere poi qualificato i luoghi come siti militari.[2]
| Questione | Versione israeliana | Versione delle autorità e delle fonti libanesi |
|---|---|---|
| Bersaglio | Una struttura di Hezbollah/Radwan e il comandante Ali Samir al-Haj Hassan.[1] | Una casa in cui si trovavano civili; la natura militare del luogo è contestata.[2] [3] |
| Presenza dei civili | L’IDF sostiene che la famiglia fosse presente con il comandante e non fosse l’obiettivo dell’attacco.[1] | Il primo ministro Nawaf Salam ha dichiarato che le donne e i bambini uccisi non erano “infrastrutture militari” né obiettivi leciti.[1] [2] |
| Bilancio del 15 agosto | Le dichiarazioni israeliane si concentrano sul bersaglio militare dichiarato. | Ministero della Salute e NNA riferiscono 11 morti totali: 7 ad Ansar e 4 a Deir al-Zahrani, con 19 feriti.[1] [3] |
La frattura tra i comunicati e le macerie
La distanza tra queste versioni non è un dettaglio di linguaggio. È il centro della vicenda. La testimonianza raccolta sul posto parla di una famiglia colpita nel sonno; Israele sostiene di avere preso di mira un comando di Hezbollah e attribuisce al gruppo la presenza dei civili. Le autorità libanesi respingono questa lettura e denunciano una nuova escalation nel sud del Paese.
Nawaf Salam ha definito il raid «estremamente pericoloso» per gli sforzi di stabilizzazione e ha affermato che, anche qualora esistessero infrastrutture militari sul territorio libanese, la loro gestione spetterebbe esclusivamente allo Stato libanese e non potrebbe giustificare il rischio imposto ai civili.[3] Il presidente Joseph Aoun ha definito gli attacchi un segnale rivolto al processo negoziale sostenuto dagli Stati Uniti.[1]
«I sette martiri del raid israeliano su Ansar non erano “infrastrutture militari” e le donne e i bambini uccisi non erano obiettivi militari.» — Nawaf Salam, primo ministro libanese, secondo Reuters.[1]
Non è la prima volta che il sud del Libano vive il contrasto tra ciò che si annuncia nei comunicati e ciò che le comunità locali raccontano dopo un attacco. Ma ad Ansar questa distanza appare più dolorosa perché riguarda una casa e persone che, secondo i resoconti delle autorità locali, non hanno avuto modo di sottrarsi al raid.
Il sud del Libano, una tregua che non protegge le case
Gli attacchi sono avvenuti nonostante il quadro di intese raggiunto in giugno, che aveva ridotto le ostilità tra Israele e Hezbollah. Il patto prevedeva il disarmo graduale di Hezbollah, il progressivo ritiro israeliano dal sud del Libano e il dispiegamento dell’esercito libanese. Tuttavia, le incursioni e le demolizioni sono proseguite.[1] [3]
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che Israele non si ritirerà dalle aree sotto il suo controllo finché Hezbollah non sarà disarmato. Al Jazeera riporta che Katz ha indicato in circa 700 chilometri quadrati, pari a circa il 7% del territorio libanese, l’area controllata dalle forze israeliane; altre fonti stimano una quota prossima al 5-6%.[2] [3] Questa divergenza nelle stime non cambia il dato essenziale: il sud del Libano resta sospeso fra una tregua formale e una violenza che continua a produrre vittime civili.
Per Ali Ibrik, la scena di Ansar è la prova che le parole “effetti collaterali” non bastano a spiegare ciò che resta dopo un attacco. Per le autorità israeliane, il raid rientra invece nella risposta a una minaccia militare. Fra queste due narrazioni, l’unico fatto che non può essere relativizzato è il lutto: undici morti nel sud del Libano in un solo giorno, con donne e bambini tra le vittime.
La domanda che resta non è soltanto chi abbia colpito e con quale obiettivo. È se un sistema internazionale capace di contare le vittime sia anche capace di pretendere verifiche indipendenti, responsabilità e protezione effettiva per chi vive sotto il rumore dei droni e dei missili.
Fonti
[1] Reuters — Lebanon says Israeli strikes in south of the country kill at least 11, 15 agosto 2026.
[2] BBC News — Eleven killed in Israeli strikes on southern Lebanon, authorities say, 15 agosto 2026.
[3] Al Jazeera — Israeli air strikes kill 11 in southern Lebanon as attacks intensify, 15 agosto 2026.
[4] The Guardian — Israeli strikes on southern Lebanon kill 11 in worst toll since June, 15 agosto 2026.





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