di Piero Angelo De Ruvo

L’installazione della stele presso il Porto Turistico di Manfredonia, inaugurata in pompa magna il 18 luglio 2026, non è il “dono” alla città decantato dal Rotary Club, ma si potrebbe configurare come un’operazione di marketing culturale in favore di una pura visibilità associativa. Quello che doveva essere un omaggio alla memoria dell’archeologo Silvio Ferrisi è rivelato uno spaccato storico rivisitato, compiuto con la compiacenza dell’Amministrazione Comunale e dell’Assessorato alla Cultura.

L’archeologa Maria Luisa Nava, già funzionaria del Ministero della cultura in Puglia e tra le massime esperte della civiltà daunia, ha espresso una critica senza mezzi termini nei confronti dell’iniziativa, definendola una “carnevalata” di un’Archeologia da Arredo Urbano, un giudizio durissimo che solleva interrogativi sul modo in cui il patrimonio archeologico viene valorizzato e, soprattutto, rispettato.

Secondo la studiosa, il monumento snatura millenni di storia. Sia chiaro: il lavoro dell’artista coinvolto nella realizzazione dell’opera, così come il suo intento di celebrare e valorizzare le radici profonde del nostro territorio, sono assolutamente lodevoli. L’artista ha infatti cercato, attraverso la propria sensibilità e creatività, di rendere omaggio alla storia e all’identità della nostra terra, ma quello che ha attirato l’attenzione dell’archeologa Nava è ridurre reperti unici al mondo — come quelli custoditi nel Castello di Manfredonia — a banali “segni” grafici privi di anima. È un’operazione che trasforma un patrimonio complesso in un “marchio” commerciale per turisti, offendendo la verità scientifica e la dignità stessa delle stele, che non hanno bisogno di essere “modernizzate” o sottoposte a un superficiale “maquillage”.

La scultrice Angela Quitadamo definisce l’opera un “colpo al cuore” per l’identità sipontina. “La scelta del metallo, materia definita ‘fredda e industriale’, è vista come una vera e propria profanazione”, continua la scultrice, “mentre le Stele Daunie autentiche vibrano nel calcare del Gargano, parlando la lingua della terra”. Il metallo del Rotary, dunque, spezza questo legame sacro che secondo le antiche leggende locali, chi profana queste pietre spostandole o alterandole attira sfortuna e sventura; sostituire la roccia con il metallo, materia nata dalla violenza del fuoco, significa creare un “idolo freddo” che tradisce lo spirito dei padri.

Mentre figure di alto profilo tecnico operano quotidianamente per la tutela e il restauro scientifico dei beni culturali della provincia, il Comune di Manfredonia ha preferito avallare una “ricostruzione infedele”, applaudendo un’opera che calpesta la “pietra silente” per sostituirla con un ornamento in ferro. La perplessità non è stabilire se il monumento sia un capolavoro o un errore, è necessario capire quale idea di patrimonio culturale abbia guidato la sua realizzazione; il vero interrogativo, dunque, non riguarda soltanto una scultura installata sul waterfront, riguarda il rapporto tra Manfredonia e la propria storia.

Gli atti dimostrano che l’installazione della stele al porto turistico è stata trattata dalle amministrazioni come una mera pratica demaniale di occupazione di spazio, al pari di un qualsiasi arredo urbano o infrastruttura portuale. L’assenza di pareri storici legittima pienamente le durissime critiche scientifiche dell’archeologa Maria Luisa Nava e della scultrice Angela Quitadamo: l’opera non è il frutto di un percorso di valorizzazione scientificamente validato, bensì un’operazione associativa che, secondo gli studiosi, ha bypassato il rigore e la tutela della memoria collettiva sipontina.

Le Stele Daune non appartengono a un’associazione, a un’amministrazione, a un artista o a una singola generazione. Appartengono alla memoria collettiva di una comunità. Per questo ogni intervento che le richiami dovrebbe essere accompagnato da una particolare attenzione al significato che trasmette. Perché il rischio più grande non è avere un monumento discutibile, ma abituarsi a rappresentare la storia attraverso immagini sempre più semplici, fino a dimenticare ciò che quelle immagini raccontano.

E allora è inevitabile chiedercelo: abbiamo davvero valorizzato le Stele Daune oppure abbiamo semplicemente trovato un nuovo modo per trasformare la nostra memoria storica in un elemento di arredo urbano o in uno strumento di visibilità e propaganda associazionistica?

Era questa, in fondo, una delle domande che avrei voluto porre direttamente al Presidente del Rotary Club Manfredonia, Dott. Raffaele Fatone, attraverso un confronto serio, pubblico e costruttivo sul significato dell’iniziativa, sulle sue finalità e sul modo in cui un patrimonio archeologico di tale importanza dovrebbe essere raccontato e valorizzato.

Ma il confronto non c’è stato. Il Presidente, dopo essersi raffrontato con il direttivo, ha scelto di “non tornare sulle polemiche”, sostenendo che il progetto era stato già ampiamente illustrato durante la presentazione pubblica. Nel comunicato si sottolinea infatti che il Rotary “da oltre quarant’anni opera con continuità al servizio della comunità”, e che l’obiettivo è “guardare avanti e continuare a lavorare concretamente per la città”. Legittimo rivendicare il proprio impegno. Il comunicato del Rotary che mi è stato inviato tramite il suo Presidente Fatone evidenzia che durante la presentazione del progetto, alla presenza di GESPO e dell’Amministrazione comunale, ci sarebbe stato “oltre un’ora per raccontare il progetto, illustrarne le motivazioni, gli obiettivi e il significato” e ritiene pertanto di aver “fornito […] tutti gli elementi necessari per comprenderne pienamente lo spirito e le finalità”.

Peccato che una presentazione frontale non è paragonabile ad un confronto: presentare un progetto significa illustrarne le proprie ragioni, rispondere alle domande significa invece accettare di misurarsi anche con le critiche, con i dubbi e con le osservazioni di chi quel progetto lo guarda da una prospettiva diversa. Ed è proprio qui che il comunicato diventa particolarmente significativo: “riteniamo non opportuno continuare a rilasciare interviste sul medesimo tema”. Una scelta legittima, certamente, ma difficilmente può essere definita un’apertura al confronto, perché la risposta “tutto ciò che avevamo da dire” è già stato detto, è arrivata prima che le domande venissero poste, lasciando intendere un certo imbarazzo nel voler affrontare pubblicamente l’argomento.

Non si mette in discussione l’impegno quarantennale del Rotary, né il lavoro dei suoi volontari, né tanto meno l’impegno dell’artista che ha realizzato l’opera, ma una domanda lecita ad un argomento preciso: quale rapporto deve esistere tra un patrimonio archeologico di straordinario valore e la sua rappresentazione nello spazio pubblico?

E soprattutto, le Stele Daune vengono realmente valorizzate nella loro dimensione storica, archeologica e culturale oppure rischiano di essere trasformate in una semplice immagine decorativa della città?

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