di Piero De Ruvo
La Capitanata, celebrata per generazioni come uno dei cuori granari del Paese, è diventata il terreno di una trasformazione che merita di essere guardata senza slogan. In provincia di Foggia il paesaggio agricolo viene progressivamente occupato da infrastrutture per la produzione energetica: aerogeneratori, impianti fotovoltaici a terra, piazzole di servizio, cavidotti e nuove connessioni logistiche.
La questione non è opporsi in astratto alla produzione di energia. La domanda è un’altra: chi paga il prezzo territoriale della cosiddetta transizione e chi ne raccoglie il beneficio? Quando il suolo fertile, necessario a produrre grano, olio e colture identitarie, viene sottratto per decenni alle comunità agricole, il conto non può essere liquidato come un dettaglio tecnico.
Le immagini del porto di Manfredonia mostrano la dimensione concreta della filiera. Pale, sezioni di torri e componenti industriali attraversano il nodo logistico per raggiungere l’entroterra. Il porto diventa così il punto di contatto fra l’industria energetica e campagne che, nel giro di pochi anni, rischiano di trasformarsi in un mosaico di impianti privati.
Il territorio come variabile sacrificabile
Per la Capitanata non è in gioco soltanto l’estetica del paesaggio. È in gioco la funzione produttiva di una pianura che ha contribuito alla sicurezza alimentare nazionale. L’Italia dipende già in misura rilevante dalle importazioni agricole; sottrarre altra terra alle coltivazioni di qualità significa accentuare una fragilità che le istituzioni dovrebbero affrontare, non amministrare passivamente.
La retorica del “verde” rischia di diventare un alibi quando ignora la differenza tra installare pannelli su tetti, capannoni, parcheggi e aree industriali dismesse, e ricoprire di infrastrutture le campagne più fertili. Le alternative esistono: riutilizzare superfici già compromesse, mettere in sicurezza le aree abbandonate, favorire l’autoproduzione locale e progettare gli impianti con un criterio di reale compatibilità territoriale.
Espropri, vincoli e squilibrio di potere
Il punto più delicato riguarda il rapporto fra grandi progetti e proprietari. Nell’agro di Cerignola, secondo quanto segnalato nel servizio da cui prende spunto questa analisi, numerosi agricoltori hanno ricevuto comunicazioni relative a procedure di esproprio per un grande impianto eolico. Quando la “pubblica utilità” viene invocata per progetti affidati a soggetti privati, il confine fra interesse collettivo e vantaggio economico di pochi deve essere controllato con rigore.
Un agricoltore che riceve una notifica a progetto già avanzato non affronta una trattativa alla pari. Affronta una procedura complessa, tempi stretti e il rischio di vedere ridotto il valore del proprio fondo prima ancora che sia stata ascoltata la sua posizione. È qui che il linguaggio burocratico può nascondere uno squilibrio sostanziale di potere.
La vera sostenibilità parte dal suolo
La sostenibilità non può essere misurata soltanto in megawatt installati. Deve includere il consumo di suolo, la continuità delle attività agricole, l’impatto sulle comunità, la durata reale delle opere, i costi di dismissione e l’obbligo di ripristino dei luoghi. Senza queste garanzie, la transizione rischia di produrre nuove aree marginali e un’ulteriore dipendenza da meccanismi di incentivazione.
Per la Puglia e per la Capitanata la sfida è dunque scegliere un modello diverso: energia distribuita dove il territorio è già impermeabilizzato, tutela delle produzioni agricole, partecipazione effettiva delle comunità e trasparenza sugli interessi economici che ruotano attorno ai progetti. Il grano, il paesaggio e il lavoro rurale non sono ostacoli al futuro. Sono la base materiale senza la quale nessuna transizione può definirsi davvero giusta.
Questo articolo rielabora il servizio “Il Granaio d’Italia sacrificato sull’altare del green”, firmato da Piero De Ruvo e fornito alla redazione come ritaglio fotografico.




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