di Piero Angelo De Ruvo

La morte della bambina di Palermo, sulla quale sono ancora in corso accertamenti sanitari e giudiziari, ha generato una reazione pubblica che va ben oltre il legittimo dibattito sulla prevenzione e sulle vaccinazioni.

La decisione della Procura per i minorenni di avviare controlli urgenti nelle scuole per verificare il rispetto degli obblighi vaccinali ha infatti assunto, nella narrazione mediatica, toni che molti giudicano eccessivi e inquietanti.


Titoli che parlano di «caccia agli alunni non vaccinati», bambini da «scovare», famiglie «nel mirino» e operazioni «a tappeto» contribuiscono a costruire un immaginario punitivo che trasforma una questione sanitaria e amministrativa in una sorta di operazione di polizia. Far rispettare una legge è un conto; rappresentare bambini e genitori come soggetti da stanare è un altro.


Parallelamente, il dibattito pubblico sembra aver già individuato colpevoli e responsabilità prima ancora che le indagini abbiano chiarito tutti gli aspetti della vicenda. Da una parte vi è la mancata vaccinazione della bambina; dall’altra restano da accertare le modalità della sua presa in carico sanitaria, a partire dal primo accesso ospedaliero del 13 agosto, conclusosi con una dimissione, fino al successivo ricovero in condizioni gravissime..


Molti commentatori hanno già stabilito un rapporto automatico tra mancata vaccinazione e decesso. Tuttavia, sul piano scientifico e giuridico, le questioni sono più complesse. Che un vaccino riduca significativamente il rischio di malattia grave non significa che, nel singolo caso, sia possibile affermare con certezza che la vaccinazione avrebbe evitato il decesso.

Allo stesso modo, l’utilità sanitaria di un vaccino, il suo eventuale obbligo di legge e la responsabilità penale sono piani distinti che richiedono valutazioni autonome.


A suscitare interrogativi è anche la gestione della comunicazione pubblica. Mentre l’iscrizione dei genitori nel registro degli indagati per omicidio colposo ha ricevuto ampio risalto mediatico, minore attenzione sembra essere stata dedicata alle verifiche sulla gestione clinica del primo accesso ospedaliero.

Tra le domande che attendono risposta vi sono l’eventuale valutazione del sospetto diagnostico iniziale, gli accertamenti effettuati, la considerazione dello stato vaccinale e le ragioni che portarono alla dimissione.
In questo clima, il rischio è che una tragedia personale venga trasformata in un simbolo nazionale utile ad alimentare contrapposizioni ideologiche e campagne mediatiche.

Quando il linguaggio pubblico sostituisce la prudenza con termini come «caccia», «scovare» e «operazione a tappeto», il dibattito smette di riguardare soltanto la salute pubblica e tocca questioni più profonde: il rapporto tra istituzioni e cittadini, la presunzione di innocenza, il ruolo dell’informazione e la tendenza a individuare rapidamente un capro espiatorio su cui concentrare indignazione e rabbia collettive.


La ricerca della verità richiede tempo, verifiche e accertamenti. Le sentenze mediatiche, invece, arrivano sempre molto prima.

Reazioni nel fediverso

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