di Piero Angelo De Ruvo


Se c’è un’immagine che descrive l’abisso morale del nostro secolo, è quella di un giubbotto antiproiettile azzurro con la scritta “PRESS” trasformato, da scudo di neutralità, in un bersaglio deliberato.

Nel silenzio complice della diplomazia internazionale e nella paralisi delle istituzioni globali, si sta consumando a Gaza e in altre zone di guerra il più spaventoso massacro di testimoni che la storia recente ricordi ma non si tratta di semplici “effetti collaterali”  dietro la morte di centinaia di reporter si nasconde una verità molto più agghiacciante, la verità è diventata intollerabile per chi compie atrocità contro i più indifesi, a partire dai bambini, e l’unico modo per continuare a farlo restando impuniti è uccidere chi lo racconta al mondo.
La paura della verità: nascondere l’orrore dei più piccoli
“Hanno paura della verità.

Stanno commettendo crimini di guerra, stanno conducendo un genocidio, stanno uccidendo decine di migliaia di bambini e non vogliono che il mondo lo sappia”.

Con queste parole spietate e dirette, Barry Malone, ex manager ed executive producer di Al Jazeera, ha denunciato il cuore del problema. Nelle guerre moderne, e a Gaza in modo sistematico, l’eliminazione fisica dei giornalisti non è un errore di calcolo, è una strategia militare di oscuramento informativo, quando si compiono massacri efferati che colpiscono i bambini, l’opinione pubblica globale rappresenta il pericolo più grande per i perpetratori.

Se non ci sono reporter sul campo, le testimonianze dirette evaporano, lasciando spazio alle narrazioni ufficiali dei governi, alla propaganda e alle smentite preventivamente confezionate.

Mettere a tacere chi documenta le culle spezzate dalle bombe, gli ospedali pediatrici ridotti in macerie e la fame usata come arma di guerra è il primo pilastro per garantirsi l’impunità perpetua.
Gaza, il cimitero della stampa ed i numeri del massacro
I dati storici e statistici confermano la dimensione inedita di questa carneficina.

Dal 7 ottobre 2023, il conflitto a Gaza è diventato il più letale di sempre per gli operatori dell’informazione.

Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), che adotta rigorosi standard di verifica indipendenti ed esclude dal conteggio chiunque abbia partecipato direttamente a ostilità o combattimenti, il bilancio dei giornalisti e dei media workers uccisi è salito a 209 (dopo un’attenta revisione conclusa nel giugno 2026, che ha rimosso 20 nomi per accertati legami con milizie armate o altre incongruenze).

Altre organizzazioni internazionali, come la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) e il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi (PJS), stimano perdite ancora superiori, che oscillano tra 240 e oltre 265 colleghi uccisi. Per comprendere la gravità di questo tributo di sangue, la ricerca condotta dal Costs of War Project della Brown University evidenzia un dato sconvolgente, la guerra di Gaza ha ucciso più giornalisti in poco tempo di quanti ne siano morti complessivamente durante l’intera Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Civile Americana, la Guerra del Vietnam, la Guerra di Corea, le Guerre Jugoslave e il conflitto in Afghanistan messi insieme.

Un intero ecosistema informativo è stato letteralmente decapitato.
Il “Playbook” dell’impunità, delegittimare prima di uccidere
L’eliminazione dei testimoni segue un copione (“playbook”) tristemente collaudato dalle potenze e dai regimi di tutto il mondo. Come spiegato dall’esperta delle Nazioni Unite Irene Khan, la strategia israeliana si articola in due fasi precise: prima si avvia una campagna di delegittimazione e fango, accusando i reporter di essere fiancheggiatori del terrore o terroristi essi stessi, e poi si procede all’attacco mirato.

L’esempio più drammatico e recente è avvenuto il 10 agosto 2025, un attacco aereo mirato ha colpito una tenda della stampa adiacente all’ospedale Al-Shifa di Gaza City, spazzando via un’intera troupe di Al Jazeera. Tra le sei vittime c’era Anas al-Sharif, uno dei volti più noti e coraggiosi del giornalismo palestinese, che documentava senza sosta la carestia e i bombardamenti nel nord della striscia, poco prima dell’attacco, portavoce militari lo avevano accusato pubblicamente e senza alcuna prova tangibile di guidare una cellula terroristica.

Il CPJ ha denunciato duramente questa prassi, definendola un tentativo di “assassinio morale” per giustificare l’assassinio fisico.
Questo modus operandi non è nuovo.

Lo si è visto con l’uccisione della storica giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh nel 2022 a Jenin, colpita alla testa nell’unico centimetro scoperto tra elmetto e giubbotto, nonostante non vi fossero combattimenti nell’area.

Lo si è visto in Siria nel 2012, quando il regime di Bashar al-Assad tracciò il telefono satellitare della leggendaria reporter Marie Colvin per bombardare deliberatamente il centro stampa clandestino da cui trasmetteva le menzogne del governo sulla protezione dei civili.

Lo si è visto persino in Iraq, dove l’insabbiamento del Pentagono sul tragico caso delle telecamere di Reuters fu scoperchiato solo anni dopo dal video Collateral Murder, trapelato grazie al coraggio di Chelsea Manning e Julian Assange.
Il collasso economico dei media e la fine dei corrispondenti esteri
Se la violenza fisica spezza le vite dei singoli, la crisi socio-economica dell’editoria globale sta distruggendo la struttura stessa dell’informazione internazionale.

Negli ultimi decenni, l’avvento dei giganti del digitale come Google e Meta ha sottratto circa la metà delle entrate pubblicitarie mondiali alle testate giornalistiche. Negli Stati Uniti, dal 2005 a oggi sono scomparsi oltre 43.000 posti di lavoro nel giornalismo cartaceo e hanno chiuso circa 3.300 quotidiani, lasciando milioni di persone in aree definite “deserti informativi”. I tagli drastici ai budget hanno costretto i grandi network a smantellare i propri uffici di corrispondenza estera, se negli anni ’80 le reti televisive americane mantenevano circa 15 uffici all’estero ciascuna, oggi ne hanno pochissimi e quasi nessuno in intere aree del Sud del mondo o in Africa.

Le storie internazionali sulle emittenti nazionali sono letteralmente crollate, registrando cali di oltre l’85% nei minuti dedicati alla politica estera dal 1989 a oggi.
Come spiegato amaramente da Ben Rhodes, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama, questo vuoto ha permesso ai governi di manipolare facilmente l’opinione pubblica: “Tutti questi giornali avevano uffici all’estero.

Ora non li hanno più. Ci chiamano per farci spiegare cosa sta succedendo a Mosca o al Cairo… I giornalisti letteralmente non sanno nulla”.
L’outsourcing del rischio e la solitudine dei reporter locali
Senza corrispondenti occidentali sul campo – anche a causa del blocco totale degli accessi imposto dal governo israeliano ai media internazionali per evitare sguardi indipendenti – l’industria dell’informazione ha di fatto esternalizzato (“outsourcing”) l’intero rischio della copertura ai reporter locali.

Questi giornalisti freelance e fixers locali si trovano a operare in condizioni di vulnerabilità estrema, lavorano spesso senza contratti stabili, senza assicurazioni mediche sulla vita e privi di attrezzature di sicurezza adeguate, percependo compensi irrisori che a volte non superano i 70 dollari a pezzo.

A Gaza, questa esternalizzazione del rischio si trasforma in un incubo quotidiano in cui il giornalista è allo stesso tempo testimone e vittima, il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi stima che tra il 60% e il 75% dei giornalisti sopravvissuti nella Striscia ha perso la propria casa o è stato sfollato con la forza, costretto a trasmettere servizi d’inchiesta tramite lo smartphone, dormendo per strada, nei corridoi degli ospedali o in tende improvvisate. Molti di loro soffrono di PTSD (disturbo da stress post-traumatico) e depressione maggiore con tassi paragonabili a quelli dei veterani di guerra, ma continuano a lavorare tra le macerie, respirando l’odore acre degli esplosivi e della putrefazione dei corpi dei propri cari.
Un ecosistema informativo sotto attacco
Uccidere i giornalisti significa uccidere la memoria storica di un conflitto e privare i civili dell’ultimo baluardo di difesa contro gli abusi di potere, se il mondo accetta passivamente che i reporter muoiano sotto le bombe in totale impunità, si legittima l’idea che l’assassinio mirato sia uno strumento standard di guerra.

Il silenzio della comunità internazionale davanti ai “cimiteri dell’informazione” non è solo una tragedia per la libertà di stampa, è il definitivo via libera per chiunque voglia continuare a massacrare civili e bambini nell’oscurità più assoluta.

Senza occhi che guardano e penne che scrivono, i carnefici regneranno sovrani, e la storia dei più deboli verrà cancellata per sempre.

Reazioni nel fediverso

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