A dieci anni restano i dubbi sulla tesi del suicidio
di Piero De Ruvo

Anni di dubbi, le indagini che non hanno mai convinto. Interrogativi, reperti scomparsi, accertamenti incompleti e una pista investigativa mai realmente approfondita
La morte del carabiniere Fausto Dardanelli continua a sollevare interrogativi che la tesi del suicidio, secondo la famiglia e numerosi consulenti tecnici, non è riuscita a dissipare. Sono trascorsi quasi dieci anni dalla morte del carabiniere Fausto Dardanelli, trovato senza vita il 22 luglio 2016 all’interno della propria Alfa Romeo 159 nelle campagne di Bagaladi, in provincia di Reggio Calabria.
Fin dalle prime ore gli investigatori orientarono l’inchiesta verso l’ipotesi del suicidio, individuando nella recente fine della relazione sentimentale il presunto movente del gesto. Eppure, quella ricostruzione continua a essere contestata dalla famiglia, dai legali e da diversi consulenti tecnico-scientifici che, nel corso degli anni, hanno evidenziato una lunga serie di anomalie investigative e incongruenze balistiche che, a loro giudizio, meritavano approfondimenti ben più rigorosi.
Uno dei principali punti di contestazione riguarda la dinamica della morte, una scena che continua a far discutere. Secondo i consulenti della famiglia, tra cui l’ex comandante dei RIS, Luciano Garofalo, la presenza di due colpi d’arma da fuoco alla testa rappresenterebbe già di per sé un elemento incompatibile con la ricostruzione del suicidio così come inizialmente prospettata.
A destare ulteriori perplessità sono anche le tracce ematiche rilevate sulle mani della vittima. Le analisi tecnico-balistiche svolte successivamente hanno evidenziato elementi che, secondo i consulenti, sarebbero difficilmente conciliabili con una persona che impugna autonomamente l’arma al momento dello sparo. Anche la distribuzione degli schizzi ematici, secondo le relazioni tecniche depositate dalla difesa, sembrerebbe incompatibile con le caratteristiche fisiche della vittima, destrimane, alimentando ulteriormente i dubbi sulla dinamica. Si tratta di elementi che, pur non costituendo da soli la prova di un omicidio, hanno contribuito a mettere seriamente in discussione la ricostruzione iniziale.
Tra gli aspetti più critici emerge la rapidità e la fretta con cui vennero concluse le prime indagini. Fin dalle primissime fasi, l’inchiesta sembrò imboccare con estrema rapidità la strada del suicidio. Nel giro di pochi giorni, infatti, questa ipotesi appariva già consolidata, senza che fossero stati eseguiti tutti quegli accertamenti che normalmente accompagnano la morte di un appartenente alle forze dell’ordine e che avrebbero potuto fornire un quadro investigativo più completo. È proprio su questo punto che, negli anni, si è concentrata la battaglia della famiglia Dardanelli, che ha più volte denunciato una gestione dell’indagine caratterizzata da gravi lacune.
Tra le principali criticità segnalate figurano il mancato svolgimento immediato dell’autopsia, eseguita soltanto anni dopo, la distruzione o la scomparsa della divisa indossata da Fausto al momento della morte, la mancata conservazione di reperti ritenuti essenziali per le successive analisi, la pulizia dell’autovettura prima del completamento degli accertamenti tecnico-scientifici e un’inadeguata repertazione dell’intera scena del ritrovamento. Secondo la famiglia e i consulenti che negli anni hanno esaminato il caso, queste omissioni avrebbero compromesso irrimediabilmente la possibilità di effettuare verifiche scientifiche approfondite, privando l’inchiesta di elementi che avrebbero potuto contribuire a ricostruire con maggiore precisione la dinamica dei fatti. Uno degli aspetti più difficili da comprendere riguarda proprio la sorte della divisa che Fausto indossava al momento della morte, un mistero che nessuno ha dato una risposta certa.
Secondo la documentazione prodotta dalla famiglia, gli indumenti sarebbero stati distrutti o comunque non più disponibili per ulteriori accertamenti. Una circostanza che ha impedito qualsiasi nuova analisi su eventuali residui, traiettorie, contatti o altre tracce biologiche che avrebbero potuto contribuire alla ricostruzione dei fatti. Per i familiari rappresenta una delle omissioni investigative più gravi dell’intera vicenda. Un altro aspetto che continua a suscitare tantissimi interrogativi è la pista mai approfondita della famiglia dell’ex fidanzata.
Secondo inoltre, la documentazione raccolta dalla famiglia Dardanelli, il rapporto tra Fausto e il nucleo familiare dell’ex fidanzata sarebbe stato caratterizzato da tensioni ben più profonde di una semplice crisi sentimentale. Tra gli elementi rimasti sullo sfondo delle indagini figurerebbe un prestito di circa 20.000 euro concesso da Fausto all’ex suocero, denaro la cui restituzione avrebbe generato contrasti economici. La famiglia sostiene inoltre che esistessero messaggi e telefonate dai contenuti minacciosi, mai adeguatamente valorizzati nella fase iniziale dell’inchiesta. Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla difesa, vi sarebbero state anche anomalie relative ai tempi con cui l’ex fidanzata e alcuni suoi familiari avrebbero appreso della morte del giovane carabiniere, circostanza che avrebbe meritato verifiche investigative più approfondite. Ulteriore elemento rimasto sostanzialmente inesplorato riguarda i rapporti tra Fausto e un congiunto della famiglia dell’ex compagna, arrestato in passato dal militare nell’esercizio delle proprie funzioni.
Nessuno di questi aspetti, sentendo i familiari, sarebbe stato oggetto di un’indagine approfondita nelle primissime fasi dell’inchiesta, quando sarebbe stato ancora possibile raccogliere elementi decisivi.
Anche il contenuto dell’iPhone di Fausto rappresenta uno dei punti più controversi. Secondo la famiglia, nel dispositivo erano presenti messaggi che descrivevano un clima di forte tensione e che avrebbero richiesto approfondimenti investigativi.
L’ora della sera – Attualità
La famiglia non si arrende «Interrogativi senza risposta»
Respinta la richiesta di avocazione dell’inchiesta, i familiari chiedono ancora nuovi approfondimenti sulle anomalie investigative e le consulenze tecniche
Tra questi figurerebbero comunicazioni attribuite all’ex fidanzata dal contenuto ritenuto intimidatorio, oltre ad altri elementi che, secondo i legali, avrebbero potuto orientare le indagini verso scenari differenti rispetto a quello del suicidio. Anche in questo caso, la contestazione non riguarda tanto il contenuto dei messaggi quanto il fatto che essi non sarebbero stati oggetto di un’analisi investigativa sufficientemente approfondita. Per non vedere archiviata la vicenda senza ulteriori approfondimenti, la famiglia Dardanelli ha dovuto affrontare in solitudine un lungo percorso giudiziario, sostenendo ingenti spese per consulenze tecniche e perizie specialistiche. Una battaglia combattuta con risorse proprie, nel tentativo di far emergere elementi che, a loro giudizio, non sarebbero stati adeguatamente approfonditi nel corso delle indagini. L’ultimo capitolo di questa lunga battaglia giudiziaria si è però concluso con un’altra cocente delusione. La Procura Generale presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha rigettato la richiesta di avocazione dell’inchiesta avanzata dalla famiglia Dardanelli, che chiedeva un riesame del fascicolo alla luce delle numerose criticità emerse nel corso degli anni.
Una decisione arrivata in modo inatteso, soprattutto perché poche settimane prima il legale della famiglia aveva avuto un confronto con la sostituta procuratrice generale, Adriana Fimiani, che aveva esaminato con attenzione la documentazione presentata, lasciando intravedere la possibilità di una rivalutazione del caso. Il rigetto dell’istanza ha rappresentato una nuova battuta d’arresto, ma non ha fermato la determinazione dei familiari, intenzionati a proseguire la ricerca della verità. Nel corso degli anni il Giudice per le indagini preliminari ha respinto più volte richieste di archiviazione, riconoscendo la necessità di ulteriori approfondimenti. Ciò dimostra come la vicenda fosse tutt’altro che priva di aspetti ancora da chiarire. A quasi dieci anni dalla morte di Fausto Dardanelli, il vero nodo della vicenda non è soltanto stabilire quale sia stata la causa della morte di Fausto, ma comprendere se tutte le piste investigative siano state percorse con il medesimo rigore e senza preclusioni. Restano infatti numerosi interrogativi ancora privi di una risposta convincente dalle anomalie nella gestione della scena del ritrovamento alle criticità emerse dalle consulenze tecnico-scientifiche, fino al mancato approfondimento di alcuni possibili moventi e di piste investigative ritenute rilevanti dalla famiglia e dai suoi consulenti. Presi singolarmente, questi elementi non costituiscono la prova definitiva di un omicidio; nel loro insieme, tuttavia, delineano un quadro che, secondo i familiari, i consulenti e quanti hanno seguito la vicenda, avrebbe richiesto un’indagine ben più ampia, approfondita e rigorosa di quella svolta nelle prime fasi dell’inchiesta. Perché quando rimangono così tante domande senza risposta, non è soltanto una famiglia a reclamare giustizia: è la credibilità stessa dell’azione investigativa e dell’accertamento della verità a essere inevitabilmente messa in discussione.






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